Roma, migranti fuggono dal centro di detenzione: uno di loro è radicalizzato dell’Isis

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Decine di migranti hanno dato fuoco ai materassi, sfondato le porte e scavalcato la recinzione, dileguandosi tra le campagne. A tentare la fuga dal Centro permanenza per i rimpatri di Ponte Galeria, nella periferia sud di Roma, sono stati in 17. Di questi, però 5 sono stati bloccati.

Migranti fuggono dal centro di detenzione - Leggilo

Sono fuggiti nella notte, dopo aver dato fuoco ai materassi e a suppellettili all’interno del Centro permanenza per i rimpatri di Ponte Galeria, nella periferia sud di Roma. Una rivolta che questa volta non ha investito i quartieri cittadini come Casal Bruciato e Torre Maura, ma la sezione maschile del centro di detenzione. Stando a quanto ricostruito – informa TgCom24 – intorno alle 21,30 di venerdì 5 luglio gli stranieri in attesa di essere espulsi hanno cominciato a bruciare materassi e a tagliarsi con le lamette. Dopo hanno distrutto gli infissi, sfondato le porte e danneggiato gli arredi rivendicando la necessità di avere cibo migliore e più cellulari, informa Rai News. L’ala maschile era stata appena riaperta a maggio dopo un restauro costato 2 milioni di euro.

A tentare la fuga, raggiungendo l’esterno dell’edificio e scavalcando il muro di cinta, sono stati in 17. Di questi cinque sono stati bloccati dagli agenti nell’area di Commercity. Tra gli altri 13 c’è anche un pericoloso algerino monitorato dall’antiterrorismo. Il suo nome compare nei database interforze e nella lista dei 478 soggetti da vigilare per rischio terrorismo compilata dal Nic, il Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria. Lo straniero, infatti, che aveva appena finito di scontare la pena in carcere per altri reati, si sarebbe radicalizzato alla causa dell’Isis, lo Stato islamico. Per questo sulla vicenda la Digos capitolina ha subito avvisato il Procuratore aggiunto Francesco Caporale che coordina il pool di magistrati che si occupa di terrorismo.

A dare notizia della fuga è stato il sindacato autonomo di polizia Sap: “I colleghi del Reparto Mobile e dell’Ufficio Immigrazione della Questura di Roma stanotte si sono trovati a fronteggiare l’ennesima rivolta e a contrastare le violente intemperanze degli ‘ospiti’ del Cpr di Ponte Galeria, che ha riaperto da alcuni mesi. Soltanto l’alta professionalità del personale ha scongiurato gravi conseguenze e soprattutto ha impedito che nessuno rimanesse ferito in modo serio”, si legge nel post sulla pagina Facebook del sindacato.

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Pubblicato da SAP Roma su Sabato 6 luglio 2019

Lo scopo dei Cpr è la concentrazione e la detenzione dei migranti in attesa di espulsione. Le strutture – una per Regione – sembravano andare scomparendo ma successivamente ne è stato  rilanciato il ruolo. Con il Decreto su immigrazione e Sicurezza dell’ottobre 2018, a firma del Ministro dell’Interno Matteo Salvini, il tempo di trattenimento massimo è stato incrementato da 90 a 180 giorni. “Quanto accaduto al Cpr di Ponte Galeria venerdì sera, quando, dopo alcuni disordini, dal centro si sono allontanate 13 persone, tra cui ci sarebbe anche un algerino radicalizzato e attenzionato dall’antiterrorismo, dev’essere ancora approfondito”. Così commenta in un post Alessandro Capriccioli, consigliere regionale del Lazio di +Europa Radicali. “ Da un lato occorre domandarsi una volta per tutte a che serve la detenzione prolungata nei Cpr, perché rinchiudere per mesi in un centro detentivo persone che non hanno commesso alcun reato, ma sono irregolari in attesa di identificazione e rimpatrio. Questo non può che condurre a tensioni e contrasti. Dall’altro lato è lecito chiedersi perché il cittadino algerino, giunto a Ponte Galeria dopo aver scontato una condanna, non sia stato espulso direttamente dal carcere, dato che la legge lo prevede”

Poi prosegue: “Perché il Ministro dell’Interno, che solo nel 2019 ha allontanato dal paese oltre 40 persone radicalizzate, in questo caso non si è mosso per tempo nella stessa direzione, prevenendo un’ulteriore situazione di difficoltà per la struttura? Queste sono le vere questioni da affrontare. Invocare il rafforzamento delle misure di sicurezza nei Cpr, comprimendo ulteriormente gli spazi di libertà per persone che sono trattenute e non detenute, rischia invece di diventare l’ennesima strumentalizzazione che non risolve alcun problema, ma contribuisce a inasprire gli animi e a creare allarmismo“.

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Pubblicato da Alessandro Capriccioli su Lunedì 8 luglio 2019

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