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Aveva chiesto aiuto, ma è stato lasciato solo con il padre, che l’ha ucciso

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Antonella Penati, la madre di Federico, ucciso dal padre nel 2009, in ambito protetto, chiede giustizia. Sono passati 10 anni, ma lei non dimentica.

Antonella Penati mamma di Federico, ucciso dal padre

Antonella Penati, mamma di Federico Barakat, lotta da 10 anni per ottenere giustizia. Il figlio è stato assassinato brutalmente dal padre, Mohamed Barakat, il 25 febbraio del 2009. Federico, nove anni allora, doveva incontrare il papà all’interno degli uffici degli assistenti sociali di San Donato Milanese nell’ambito di un incontro protetto. Mohamed, approfittando dell’assenza di chi doveva vegliare sul bambino, ha estratto una pistola e ha ucciso il piccolo con un colpo alla nuca. Poi lo ha accoltellato e si è tagliato le vene, uccidendosi.

“Lo vedo, nella sua piccola bara bianca. Aveva tutte le manine tagliate, Federico aveva cercato di difendersi dal padre che, con 30 coltellate, ha ucciso il mio piccolo”, ricorda ora Antonella, rimasta sola senza il suo bambino. Sono passati dieci anni, da quel giorno. Antonella ha chiesto aiuto ma l’Italia non l’ha mai ascoltata: ha giustificato il mostro e non ha dato giustizia a Federico.

Antonella aveva infatti deciso di separarsi da Mohamed, un archeologo egiziano che aveva deciso di sposare dopo essersene innamorata. Poi, lui era cambiato, diventando violento, e soffrendo di depressione. “Non era più l’uomo che amavo, non era l’affascinante archeologo che mi faceva battere il cuore”, dice Antonella, che non ha più resistito ai suoi problemi psichici e fisici, amplificati. La donna ha denunciato il fatto agli assistenti sociali che non l’ hanno mai ascoltata. “Dicevano che ero troppo petulante e troppo protettivaFederico aveva paura del padre. Non voleva andare agli incontri. Mi ripeteva sempre che lo avrebbe detto lui al giudice”, dice oggi la madre di Fede. Ma niente. Né Federico né Antonella sono mai stati ascoltati. Come se non bastasse, gli assistenti sociali sono stati assolti. La Corte di Cassazione ha stabilito che non era compito loro essere lì e tutelare il bambino: “Sono assistenti sociali, non svolgono mansioni di vigilanza”. Secondo la donna, avrebbero dovuto “tutelare la vita”.

Antonella è arrabbiata, delusa, pronta a qualsiasi altra lotta pur di riscattare la memoria di Federico. “Sono arrabbiata. Ho l’immagine di Federico in quella fredda bara bianca. Tutte le volte che ci penso, impazzisco. Nessuno ci ha mai ascoltati. Com’è possibile tutto ciò?”. Ma Antonella non si arrende, arriva fino a Strasburgo, alla Corte Europea dei diritti dell’uomo, che ha accettato il ricorso. “Dall’Italia non è arrivato nulla, mi auguro che almeno dalla Corte di Giustizia arrivi qualcosa. Anche un briciolo di giustizia”, dice.

I suoi avvocati Federico Sinicato e Bruno Nascimbene stanno lavorando sodo e costantemente per farsi ascoltare da Strasburgo. Riferiscono di chiedere alla Corte di Giustizia se si ritiene che lo Stato italiano abbia veramente rispettato il diritto alla vita di Federico. La sentenza arriverà a breve. Antonella, intanto, non ha altri interessi se non avere giustizia: “I soldi non mi interessano. Devo mantenere la promessa che ho fatto a mio figlio. Se dieci anni fa avessero ascoltato me e Federico, ora il mio piccolo sarebbe vivo”. Questa, l’unica volontà della mamma.

Chiara Scrimieri

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