Home Economia Mario Monti non ha rimpianti: “L’euro ci ha protetto”

Mario Monti non ha rimpianti: “L’euro ci ha protetto”

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Il 1 gennaio 1999 di 20 anni fa, undici paesi dell’Unione Europea cominciarono ad avere una moneta comune, l’euro, dando inizio a una politica monetaria condivisa e unitaria, sotto il controllo della Banca Centrale Europea. L’approdo all’euro non è stato facile e i primi passi erano cominciati negli anni Ottanta, con le commissioni Delors, che definirono i passaggi per la creazione di una moneta unica. Successivamente, il Trattato di Maastricht nel 1992 fissò i criteri delle finanze pubbliche degli stati che avrebbero dovuto adottare la moneta. Nel 1995, ancor prima della nascita, il bambino ebbe finalmente un nome, deciso al Consiglio Europeo di Madrid. Si chiamava Euro, e determinò nuovi tassi di cambio e nuovi valori di mercato. Insomma, una vera e propria rivoluzione rispetto alla Lira. L’euro, ad oggi la seconda valuta internazionale più importante, è utilizzato da 60 paesi, o come cambio per le proprie valute, o come moneta propria.

 

Mario Monti – si legge in un’intervista di ieri mattina della Stampa – ex premier e commissario UE, si è detto soddisfatto per i primi vent’anni di vita della moneta unica.

«Immaginavo che l’arrivo della moneta unica avrebbe indotto gli Stati partecipanti ad avere bilanci più equilibrati e minore inflazione. Gli alti disavanzi e l’alta inflazione sono stati per decenni i maggiori mali dell’economia italiana. Con l’euro, abbiamo avuto gli strumenti per combatterli e ci siamo riusciti».

 

Eppure, l’entrata in vigore dell’Euro – che nel panorama monetario è una moneta forte, rispetto ad altre meno competitive – ha più volte diviso l’opinione pubblica: la moneta creerebbe una sorta di blocco economico, favorendo un’espansione economica non omogenea e generando differenze di reddito e sociali. Ma, secondo Monti, «era chiaro che la crescita non sarebbe stata una conseguenza automatica dell’euro. Quest’ultimo avrebbe aiutato i paesi capaci di adottare politiche serie a sostegno della produttività delle imprese e della competitività dei sistemi produttivi. Sono cresciuti di più quei paesi che hanno saputo essere più responsabili, come la Germania di Gerhard Schröder che nel 2003 è intervenuto sul lavoro, ha riformato l’economia, ha modernizzato il paese. E nel 2005 ha perso le elezioni. Però ha consentito ad Angela Merkel di far correre la Germania per anni, merito che la cancelliera gli ha apertamente riconosciuto».

Ancora, prosegue Monti, «La sinistra radicale di Bertinotti, allora al governo, accettò nel 1996-1997 le misure impopolari del governo Prodi perché essere ammessi nell’euro era un importante traguardo nazionale. L’Italia avrebbe dovuto avviare incentivi e sanzioni precise per pianificare e attuare le riforme strutturali della nostra economia. Non avendolo fatto, stiamo ancora lottando con gran fatica per generare crescita e occupazione insufficienti. Da allora, volenti o nolenti, abbiamo tenuto il deficit in un’area compatibile coi limiti europei. E l’andamento dei prezzi, dopo la fiammata iniziale, è stato enormemente inferiore rispetto a quello che sarebbe stato se avessimo avuto la lira gestita autonomamente».

Economia e politica sono due che vanno a braccetto. Si appoggiano e si determinano l’un l’altro. Attorno alla gestione delle finanze ruotano le scelte politiche, gli indirizzi di politica estera, gli investimenti: cioè la ricchezza di un paese. «La politica è vera e seria», ha ancora raccontato Monti sul quotidiano, «quando compie delle scelte concrete, quando per dire “sì” a una istanza sociale, deve dire “no” ad altre».

La «campagna contro l’euro», portata avanti da quando si sono verificati gli aumenti dei prezzi,  secondo l’Istat non così drammatici, si spiega, sempre secondo l’ex premier, per l’incapacità del Governo di preparare i cittadini alla nuova valuta. Il processo di cambio monetario era in realtà semplice, «bastava moltiplicare per mille e raddoppiare.  Se però molti italiani nella loro spesa hanno fatto come se 1 euro equivalesse solo a 1.000 lire, hanno incoraggiato loro stessi i venditori ad aumentare i prezzi. Nei vent’anni dell’euro l’inflazione italiana è stata ben più bassa di prima. Draghi ha ricordato che tra il 1979 e il 1992, periodo in cui la lira svalutò 7 volte rispetto al marco, l’inflazione cumulata fu del 223%, contro il 103% dei 12 paesi che avrebbero poi fatto parte dell’euro».

La svalutazione, se al momento rende competitiva la moneta, in realtà crea altri problemi di natura economica e avvia un processo disastroso di decadenza economica – si ricordino le conseguenze della crisi del 1929. «Ogni volta che si svalutava, si aveva certamente una ripresa di competitività ma solo nel brevissimo termine. Poi scattavano altre variabili, come la scala mobile e il prezzo del petrolio. Soprattutto, si spegneva l’incentivo a ricercare miglioramenti reali di competitività, senza il doping della moneta deprezzata», conferma Monti.

«I partiti che per anni avevano contestato l’euro, arrivati alla campagna elettorale, hanno molto attenuato questo tema e poi, arrivati al governo ed avendo perciò la possibilità di spingere per un’uscita dall’euro, si sono ben guardati dal farlo. Credo che 5 Stelle e Lega abbiano vinto perché hanno lanciato grandi promesse. Se chi vota crede al reddito di cittadinanza o a un pensionamento più facile, non si domanda certo se dietro c’è l’euro o la lira».

In termini concreti, l’Italia è andata in deficit durante tutto il primo periodo dell’euro, quando il cambio effettivo era piuttosto elevato per i forti flussi finanziari in arrivo, e ancora di più durante la grande recessione; dopo la crisi è tornata rapidamente in surplus: l’avanzo, in termini reali, ha anzi recuperato i livelli degli anni 90, quando c’era ancora un cambio flessibile.

I governi degli anni Settanta e Ottanta precedenti ai populisti, hanno secondo Monti gestito male la faccenda: «Accontentavano tutti e accettavano crescenti aumenti di spesa pubblica, senza aumenti corrispondenti delle entrate, per assicurare la pace sociale, ma soprattutto per massimizzare il consenso ai loro partiti. Ciò è avvenuto a scapito degli unici che non sedevano a quei tavoli, cioè gli italiani che non erano ancora nati, quelli di oggi, che non trovano lavoro, perché lo Stato e il paese barcollano sotto il peso del debito pubblico costruito in quei decenni».

«L’euro ci ha protetto, ha tenuto tutti insieme e salvato l’Italia dalla divaricazione del cambio e da una forte inflazione», prosegue Monti riferendosi alla crisi economica e finanziaria post 2007. Se dovesse attuare piccole modifiche, cambierebbe i limiti del Patto di Stabilità, per incoraggiare gli investimenti pubblici scomputandoli dal calcolo col deficit; porterebbe al coordinamento e l’armonizzazione fiscale; eliminerebbe la flessibilità, meccanismo opaco e che non aiuta gli Stati.

«Bisogna ridurre la concorrenza sleale basata sulle tasse. Si può migliorare, ma l’euro ha reso la politica meno verbosa e meno ingannatrice. E ha fatto diventare più difficile, ma più serio, l’esercizio delle scelte democratiche».

 

Chiara Feleppa