Home Cronaca “I tiranti non reggono” 20 indagati per il disastro di Genova

“I tiranti non reggono” 20 indagati per il disastro di Genova

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«I tiranti non reggono» i tecnici parlavano in questi termini del Ponte Morandi Se lo dicevano nei messaggi Facebook e nelle email interne. Sapevano almeno dal 2015 che il cavalcavia era a rischio: per due anni non sono intervenuti con i lavori di manutenzione straordinaria sugli stralli del Ponte Morandi e non hanno deciso di chiuderlo al traffico. L’anno, 2015, fa pensare. Perchè proprio quell’anno, nel mesi di ottobre,  il senatore Maurizio Rossi di Scelta Civica aveva avvertito il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Graziano Delrio, sul rischio del cedimento del ponte.

Sul nodo autostradale di Genova è noto il grave problema del ponte Morandi” aveva affermato durante un’interrogazione in Senato. “Risulta pertanto indispensabile procedere con sollecitudine a cantierare il progetto denominato “Gronda di Genova” per il quale la società Autostrade ha già in cassa le risorse necessarie per iniziare i lavori derivanti dagli aumenti tariffari concordati in cambio della concessione ottenuta“. Nell’aprile del 2016. Rossi, tornò ad insistere “l viadotto Polcevera dell’autostrada A10, chiamato ponte Morandi, è un’imponente realizzazione lunga 1.182 metri, costituita su 3 piloni in cemento armato che raggiungono i 90 metri di altezza che collega l’autostrada Genova-Milano al tratto Genova-Ventimiglia, il ponte è stato oggetto di un preoccupante cedimento dei giunti che hanno reso necessaria un’opera straordinaria di manutenzione senza la quale è concreto il rischio di una sua chiusura“.
Rompendo per la prima volta il silenzio dopo il disastro di Genova, l’ex Ministro Delrio fu perentorio: “A noi non è stato segnalato nulla” – disse – “Oggi sono qui per la prima volta, ero indeciso se rompere il mio silenzio dopo la tragedia di Genova. Credo che a questo Paese manchi moltissimo il senso dell’interesse nazionale, che riguarda famiglie, imprese, società, convivenza civile; di come sia importante che nelle diversità ciascuno di noi persegua prima di tutto e soprattutto il bene della comunità e della coesione sociale. In questi giorni in particolare credo abbia un significato speciale“.
Evidentemente i giudici di Genova hanno ritenuto che effettivamente il Ministro fosse all’oscuro di tutto. Tutti gli altri, per la Procura, sapevano. E per loro le accuse sono pesantissime: disastro colposo, omicidio colposo plurimo, aggravato dalla violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro, e omicidio stradale, un reato che fa crescere le possibili pene fino a 18 anni.Per il crollo del 14 agosto, costato la vita a 43 persone, a tre settimane dalla tragedia, in 20 sono finiti sul registro degli indagati. Non il Ministro che dopo ll disastro si disse sconvolto dagli avvenimenti e ritenne perfino che la revoca della concessione ad Autostrade fosse una giusta risposta da parte del Governo: “Io avrei avviato sicuramente la procedura di revoca. Troppo grave: c’è troppo bisogno di giustizia e di verità per passarci sopra

L’indagine giudiziaria, esclusa la responsabilità del Ministro che sarà quindi spettatore o testimone, si profila a tutto campo. Il procuratore Francesco Cozzi, gli aggiunti Paolo D’Ovidio e Walter Cotugno e il pm Massimo Terrile, in vista di un incidente probatorio sui reperti sequestrati nel cratere, hanno convocato la società Autostrade, che aveva in gestione e concessione l’impianto e adesso è indagata come responsabile amministrativa. Tutti gli uomini che hanno toccato il dossier sul progetto di retrofitting che avrebbe dovuto rinforzare i piloni crollati, sono coinvolti.
Nella lista degli indagati c’è Giovanni Castellucci, ad di Autostrade, Mario Bergamo, il responsabile della manutenzione che, nel 2015, affidò il progetto a Spea, e il suo successore, arrivato nel 2017, Michele Donferri Mitelli, che avrebbe potuto chiudere il ponte al traffico. Ci sono anche il direttore operativo centrale, Paolo Berti, Paolo Strazzullo, responsabile del progetto di retrofitting, Stefano Marigliani, direttore del primo tronco, e il suo predecessore, Riccardo Rigacci. Per Spea, la Guardia di Finanza aveva già consegnato ai pm i nomi di Massimiliano Giacobbi, responsabile del progetto, del direttore tecnico, Emanuele De Angelis.

Nei guai anche il Ministero delle Infrastrutture, Graziano Delrio a parte:  figurano nell’elenco il responsabile della direzione generale per la vigilanza, Vincenzo Cinelli e il suo predecessore, Mauro Coletta, quindi i funzionari Bruno Santoro. E ancora, il capo ufficio ispettivo territoriale Carmine Testa, il provveditore delle Opere pubbliche di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, Roberto Ferrazza. Al provveditorato delle opere pubbliche di Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta sono indagati Roberto Ferrazza, il provveditore e Salvatore Bonaccorso, un dirigente. Ci sono i componenti del comitato tecnico che analizzò il progetto di retrofitting del viadotto presentato da Autostrade: Mario Servetto, Giuseppe Sisca, Antonio Brencich. Ferrazza e Brencich erano nella Commissione ispettiva sul crollo voluta dal Ministero. Il primo è stato rimosso, il secondo si è dimesso.

È il 2015 quando Bergamo affida a Spea il progetto. Su quale base venga presa la decisione di intervenire non è ancora chiaro. Le email interne e i messaggi, anche su Facebook raccontano come tutti in Autostrade, ma anche in Spea, sapessero: «Gli stralli non possono reggere», dicevano. Ma solo nel 2016  Autostrade commissiona uno studio al Cesi. Passa un altro anno: nel 2017 gli ingegneri del Politecnico di Milano parlano della necessità di monitorare la struttura. Solo nell’ottobre del 2017  si delibera l’intervento straordinario, con uno stanziamento di 20 milioni di euro. Il verbale in mano alla Finanza racconta come la sicurezza «fosse una priorità». Il comitato tecnico dà l’ok, anche se rileva come i tiranti siano corrosi del 20 per cento e il metodo usato abbia un margine di errore dell’80 per cento. I rilievi non provocano tuttavia modifiche del progetto. Nel febbraio 2018 il progetto arriva al Ministero senza alcuna prescrizione su una eventuale chiusura al traffico o un alleggerimento. Al Ministero passano però mesi prima del via libera ai lavori che avverò solo nel giugno 2018 e solo dopo cinque lettere di Donferri Mitelli, che sottolineava l’urgenza di «aumentare la sicurezza del ponte». Troppo tardi. Delrio ha piena consapevolezza del rischio il 14 agosto scorso.  “Quel viadotto è il più controllato d’Italia, quello che riceve più manutenzione in assoluto. Perché? Perché è un ponte nato male, questo ormai è evidente a tutti. Però sarei più prudente sulle cause” ha detto dopo il disastro, sconvolto per quanto accaduto. E ha annunciato querele contro chiunque si sogni una qualsiasi sua responsabilità, tecnica o politica. I giudici di Genova, la stessa città dove i magistrati hanno deciso il sequestro, fino all’ultimo centesimo, delle risorse che fanno capo alla Lega, hanno dato ragione all’ex Ministro.