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Benetton, prime parole dopo il crollo: “Il nostro silenzio, rispetto verso i morti”

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«Salvini ci ha definiti senza cuore? Dispiace, molto, ma io credo che Salvini conosca gli imprenditori e sappia quello che c’è nei loro cuori. Il disastro di Genova deve essere per noi un monito perenne, anche se terribile e per sempre angoscioso nei nostri cuori, a non abbassare mai la guardia e continuare a spingere il management, che ha la responsabilità della gestione, a fare sempre di più e di meglio, nell’interesse di tutti, e ripeto tutti». Per Gilberto Benetton è venuto il momento di parlare. Si dice addolorato, per molti tardivamente, ma non sembra arrendersi, su nessun fronte. Si comprende bene che ha le idee chiare, anche ora. Sopratutto ora verrebbe da dire. Eì come se la famiglia avesse preso tempo, non a caso. Fino a quando non è stato deciso di venir fuori allo scoperto. E’ toccato a Gilberto. E’ lui il fondatore del Gruppo Benetton insieme ai fratelli Luciano, Giuliana e Carlo nell’ormai lontano 1965. È presidente di Edizione Srl, la finanziaria della famiglia – che, attraverso Sintonia Spa, detiene il 30,25% di Atlantia, che possiede l’88,06% di Autostrade per l’Italia  – è presidente di Autogrill,  è consigliere del Gruppo Benetton, di Atlantia, Mediobanca, Pirelli & C. e di Allianz. Secondo Forbes il terzo dei quattro fratelli Benetton è il 12º uomo più ricco d’Italia con un patrimonio stimato di 2 miliardi di dollari. E’ il 736º  tra i più ricchi del mondo. Ora ha il difficile compito di uscire allo scoperto a quasi un mese dal disastro del Ponte Morandi. Lo fa parlando al Corriere della Sera. Un’intervista difficile che inizia dalla domanda più dura – ed attesa.

Quarantatré vittime accertate sotto le macerie. Dov’era quando le hanno comunicato cos’era accaduto? «Ero in vacanza, come credo la maggior parte degli Italiani. Ad un tratto il dramma, e tutto è cambiato: anche per noi sono iniziati giorni di sofferenza e di cordoglio. Siamo stati costantemente vicini, nel ruolo di azionisti, alle decisioni prese dai manager di Autostrade per l’Italia, e al lavoro che loro hanno svolto per iniziare a capire ciò che era successo e per mettere a punto i primi interventi e i primi aiuti alla città di Genova, interventi che continuano con grande determinazione e per affrontare le difficoltà che i cittadini della città continuano a vivere».

E il silenzio? Siete primo azionista con il 30% di Atlantia che controlla Autostrade, eppure in quelle ore drammatiche è prevalso il silenzio…siete apparsi distratti, disinteressati. Perché comunicati così tardivi?
«Sa, dalle nostre parti il silenzio è considerato segno di rispetto. – sottolinea Gilberto Benetton – Edizione, la nostra holding, ha parlato meno di 48 ore dopo la tragedia, a voce bassa è vero, perché la discrezione fa parte della nostra cultura. Ha però comunicato con parole chiare e inequivocabili un pensiero di cordoglio alle famiglie delle vittime e la propria vicinanza ai feriti e a tutti coloro che sono stati coinvolti in questo disastro. Con altrettanta fermezza abbiamo dichiarato che verrà fatto tutto ciò che è in nostro potere per favorire l’accertamento della verità e delle responsabilità dell’accaduto. Forse non siamo stati sentiti».

Ma fare festa a Cortina a poche ore dal crollo di Genova è parso un grave segno di poca sensibilità.
«Sinceramente non è mia abitudine rispondere a insinuazioni, ma è vero, tutta la famiglia il 15 agosto si è riunita a casa di mia sorella Giuliana, come abbiamo sempre fatto negli ultimi trenta anni, questa volta stretti assieme per ricordare nostro fratello Carlo, il fratello più giovane, scomparso meno di un mese prima».

Sulla riconferma dei vertici Gilberto Benetton si esprime con queste parole: «Conosco il presidente Fabio Cerchiai da molti anni e in lui ho la massima stima e fiducia, come sono sempre stato convinto della serietà, della competenza e dell’eccellenza del management di Autostrade e di Atlantia (…)
Detto questo, ripeto quello che abbiamo dichiarato nell’immediatezza del tragico evento di Genova, ovvero che siamo certi della totale volontà di collaborazione con le Istituzioni e le autorità preposte da parte della società operativa Autostrade per l’Italia, il che significa assoluta trasparenza e completa assunzione delle responsabilità che venissero accertate, quando lo fossero».

Gilberto Benetton non intende delineare responsabilità prima che le verifiche abbiano fatto il loro corso: «Se nel caso di Autostrade sono stati commessi degli errori, quando si sarà accertato compiutamente l’accaduto verranno prese le decisioni che sarà giusto prendere».

Il terzo dei quattro fratelli Benetton respinge la tesi che l’acquisto di Autostrade sia stato un regalo dei governi di Centrosinistra, di Prodi e D’Alema.
«C’è stato il momento storico delle privatizzazioni che negli anni 90 lo Stato decise di fare, a causa del grande debito pubblico, per poter entrare nell’euro. In quel momento Autostrade fu messa sul mercato con un’asta pubblica, sottolineo pubblica, a cui chiunque poteva partecipare e infatti il gigante delle infrastrutture australiano Macquarie era fortemente interessata a rilevarla». Gilberto ricorda «la difficoltà di creare una cordata di imprenditori a guida italiana che volessero rilevare le autostrade. L’asta richiedeva di rilevare il 30% di Autostrade, noi di Edizione volevamo il 4% e finimmo per prenderne il 18 perché oltre ai soci che condivisero con noi quel progetto — Fondazione Crt, Generali, Unicredit, Abertis e Brisa — non si fece vivo nessun altro. Nessuno». E sottolinea come i Benetton abbiano proposto per l’acquisto: «Una cifra che allora fu giudicata spropositata: l’intera società con la nostra offerta veniva infatti valutata 8,4 miliardi di euro di allora. Un “regalo” piuttosto caro direi – sottolinea –  e questo oggi nessuno lo vuole ricordare. Con Edizione c’era la convinzione di poter affrontare una fase nuova che implicava anche una grande responsabilità verso il Paese». Sulle critiche mosse dal Governo dopo il disastro Gilberto risponde così: «Riguardo alle condizioni economiche delle concessioni posso solo dire che quelle di Autostrade per l’Italia sono molto simili a quelle degli operatori del settore autostradale di tutto il resto del mondo».

Vi accusano di averlo fatto grazie all’amicizia del centrosinistra, di aver finanziato partiti, pagato politici, corrotto intere classi dirigenti… chiede ancora il Corriere. E Gilberto risponde:
«Noi non abbiamo mai pagato nessuno: prenda i bilanci di Edizione e lo vedrà. Guardi anche i bilanci delle controllate, ricordo solo un caso in cui nel marzo 2006 il consiglio di Atlantia approvò la proposta del management affinché la società facesse un finanziamento pubblico a tutti, sottolineo tutti, i partiti dell’arco costituzionale, finanziamenti regolarmente iscritti nel bilancio secondo la legge. Dall’anno successivo, con un nuovo management e una nuova governance, il fatto non si è mai più ripetuto». Pochissime parole sul Governo attuale, con cui la tensione sembra ancora altissima: «In verità siamo più gente del fare, sempre disponibili al dialogo ma per un confronto serve un clima costruttivo».

Comunque sia ora si parla di nazionalizzazione, ritiro della concessione…
«Oggi questo mi sembra sia diventato un tema politico e quindi al di fuori di ciò di cui mi occupo. Come gruppo siamo sempre stati attenti e collaborativi con le Istituzioni e le autorità, e continueremo ad esserlo nel rispetto delle proprie posizioni, dei propri doveri e dei propri diritti».

Si dice che vogliate uscire dal settore infrastrutture.
«No. Siamo investitori di lungo termine e le infrastrutture hanno bisogno di capitale paziente. Ricordo che quando prendemmo Autostrade fatturava 2 miliardi di euro, tutti in Italia. Oggi Atlantia, con Abertis, avrà un fatturato di oltre 11 miliardi di euro e con il peso delle attività internazionali pari a oltre il 50 per cento e, facciamo bene attenzione, senza dimenticare mai gli investimenti in Italia, sulle autostrade italiane, pari a oltre 10 miliardi di euro negli ultimi 10 anni: un miliardo l’anno».

Ma a questo punto fermerete l’operazione Abertis?
«Abertis è una operazione importantissima per Atlantia e per l’Italia, un’operazione che è stata chiusa e definita e che, guidata dall’amministratore delegato di Atlantia Giovanni Castellucci, proseguirà come è stato pianificato. Abertis è il frutto della volontà di costruire un campione italiano capace di competere nel mondo, nelle autostrade, negli aeroporti e in altre infrastrutture».

E invece avreste potuto fermarvi prima?
«Si, avremmo potuto fermarci molto tempo fa, goderci la vita con quello che avevamo creato. Invece siamo ancora qui, coinvolti nel lavoro a tempo pieno, credendo fermamente nelle capacità e potenzialità dell’Italia. E lavoreremo per continuare ad investire, per la crescita, sempre con un orizzonte di lungo termine perché è nella natura dell’imprenditore costruire il futuro con umiltà e tenacia».