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lunedì, settembre 24, 2018
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Ponte Morandi, la Procura ha i nomi di tutti quelli che sapevano

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Almeno 30 persone sapevano con certezza dei rischi del Ponte Morandi. I loro nomi sono contenuti in una lista arrivata in Procura dopo le indagini della Finanza Ci sono i vertici di Autostrade e di Spea, la controllata del gruppo Atlantia – il cui principale azionista è la famiglia Benetton – che si occupa di sorveglianza e manutenzione delle infrastrutture. Nella lista ci sono anche nomi in ruoli chiave del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Al momento nessuno risulta indagato: la Magistratura dovrà individuare i reati eventualmente da contestare. Le ipotesi più probabili sono abuso di ufficio, omicidio plurimo colposo, disastro colposo  e attentato colposo alla sicurezza dei trasporti.

Nella lista ci sono dirigenti, funzionari, manager e tecnici. Tutti quelli che in questi anni, tra documenti, mail e comunicazioni rintracciate, sono stati messi al corrente della situazione sul viadotto della A10. Tra i nomi più importanti, scrivono Corriere Repubblica, ci sono quelli dell’a.d. di Autostrade, Giovanni Castellucci, del presidente, Fabio Cerchiai, del direttore centrale operativo, Paolo Berti, del responsabile delle opere di manutenzione, Michele Donferri Mittelli, e di Paolo Strazzullo, responsabile del procedimento di retrofitting previsto per rinforzare la struttura.

Tra i dirigenti del Ministero delle Infrastrutture ci sono Vincenzo Cinelli, direttore generale della Vigilanza, Bruno Santoro, capo della Divisione tecnico-operativa della rete autostradale, e Giovanni Proietti, responsabile della Divisione analisi e investimenti. C’è anche chi in Spea ha dovuto gestire la situazione del Ponte Morandi: l’amministratore delegato Antonino Galatà, il responsabile del progetto di retrofitting, Massimiliano Giacobbi, e il capo del piano sicurezza Massimo Bazzanelli. Nella lista compare anche Roberto Ferrazza, A livello locale ci sono il provveditore interregionale per le opere pubbliche, con i suoi due sottoposti, Alessandro Pentimalli e Salvatore Buonaccorso, e Carmine Testa, responsabile dell’articolazione locale della Direzione di vigilanza.

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Il Ponte Morandi sia stato meno sorvegliato del dovuto perchè i responsabili di Autostrade e del Ministero avevano ormai in mente altri progetti per Genova? E’ possibile, ma non provato fino a questo momento. Quello che si sa è che il 6 aprile 2018, un mese dopo le elezioni perse dal PD, e quattro mesi prima del disastro, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, in quel momento ancora retto da Graziano Delrio, autorizza la Autostrade per l’ Italia dei Benetton ad aumentare i pedaggi di un valore complessivo tra il 4 e il 6% da lì alla fine del 2038. A rivelarlo è La Verità. Ci sono delle incongruenze in quell’autorizzazione:  su quella materia lo stesso Ministro Delrio meno di un anno prima aveva stretto un accordo molto diverso con il Commissario Europeo alla Concorrenza, Margrethe Vestager. Delrio non aspetta che arrivi l’ autorizzazione europea conseguente a quell’ accordo, ormai certa e imminente. Delrio e non ritiene sia d’impedimento il fatto che il Governo di Paolo Gentiloni in quel momento è stato esautorato politicamente dal voto popolare. Delrio fa di testa sua. La decisione del Ministro ruota intorno al progetto della Gronda opera viaria che avrebbe dovuto alleggerire il traffico sul Morandi. Un’opera monstre: 54 chilometri di asfalto, 23 nuove gallerie e 13 nuovi viadotti.  Una prima stima dei costi si aggirava intorno ai 3,2 miliardi di euro.

Nel luglio 2017, Vestager e Delrio, si accordano su un nuovo prezzo, 4,8 miliardi per la costruzione della Gronda. Della realizzazione si occuperà Autostrade per l’Italia che ottiene dalla Commissione europea una proroga di quattro anni  dal 2038 a 2042 nella concessione su 3.000 chilometri di autostrade italiane. Inoltre dal 2019 Autostrade su tutta la sua rete potrà aumentare i pedaggi dello 0,50% oltre l’ inflazione.

Il 6 aprile 2018, però, proprio mentre si aspetta che da Bruxelles arrivi l’ autorizzazione formale che conferma l’ accordo Delrio-Vestager  – sarà recapitata appena 22 giorni dopo, il 28 di quello stesso mese – la Direzione generale per la vigilanza sulle concessioni autostradali del Ministero delle Infrastrutture diretta da Vincenzo Cinelli – un tecnico nominato il 14 agosto 2017 da Delrio e finito nella lista  presentata ai magistrati – stringe un uovo accordo con Autostrade per l’Italia. A rivelarlo è Maurizio Rossi, già senatore genovese di Scelta civica  «In base a quell’intesa», dice Rossi alla Verità, «si stabilisce che i Benetton realizzeranno sì la gronda, e che questa dovrà costare in tutto i 4,8 miliardi già stabiliti, ma non avranno proroga della concessione. In cambio, però, tra 2018 e 2038 Autostrade per l’Italia potrà aumentare i pedaggi di una quota fra il 4 e il 6%».

E anche sul nuovo accordo, e al relativo incremento, si aggiunge all’inflazione. C’è un solo limite previsto: l’ incremento dei pedaggi di anno in anno doveva essere correlato a  quanto la concessionaria dei Benetton avrebbe e speso nei lavori della Gronda entro il 31 dicembre dell’ anno precedente. Ma c’è un altro dettaglio: nel 2017 la commissaria Vestager aveva imposto a Delrio la clausola che Autostrade per l’Italia avrebbe dovuto appaltare fuori dal suo perimetro di gruppo – ossia ad imprese non controllate da Autostrade – almeno  l’80% dell’ opera, e solo il 20% a proprie imprese. Per motivi ancora non chiariti la concessionaria dei Benetton ottenne dal Ministero di affidare a proprie imprese di costruzione il 40% dei lavori per la Gronda. Il doppio. «Certo, è roba da matti. E sarebbe di una gravità assoluta se quattro mesi fa fosse stato fatto l’ ennesimo regalo ad Autostrade per l’ Italia» ha commentato il vicepremier Matteo Salvini.

C’è un’ultima scoperta su sospetti favori concessi alla famiglia Benetton:  la remunerazione del capitale sui lavori compiuti sulla rete autostradale. La concessione del 2007 – scrive la Verità – attribuisce ad Autostrade un valore superiore a quello medio che è all’incirca del 6-7% lordo. Ai Benetton è stato garantito il 10,21%. Anche qui il doppio, o quasi