È una storia difficile da leggere: un bambino di tre anni morto di fame, mesi di violenze nascoste e una sentenza che pesa ancora oggi.
Per mesi, nessuno ha visto davvero cosa stava accadendo a quel bambino di tre anni. Viveva chiuso in una stanza buia, isolato, legato, picchiato. Il cibo arrivava a malapena.
Giorno dopo giorno il suo corpo si spegneva, lentamente. Quando è morto, pesava appena quattro chili. Un dato che da solo dice tutto.
A rendere la vicenda ancora più difficile da comprendere è la spiegazione fornita dalla madre. Davanti agli inquirenti avrebbe sostenuto che il figlio fosse “indemoniato”.
Una convinzione che, secondo quanto emerso, avrebbe guidato ogni gesto successivo. Punizioni, privazioni, violenze. Tutto giustificato, nella loro mente, da quella convinzione.
Secondo l’accusa, i genitori — entrambi molto giovani — vivevano una situazione economica estremamente fragile. Da lì, progressivamente, si sarebbero rifugiati in una sorta di mondo parallelo, fatto di credenze mistiche e convinzioni deliranti. Un isolamento mentale che ha avuto conseguenze devastanti.
Non solo: i maltrattamenti sarebbero stati documentati. In alcuni messaggi, secondo quanto ricostruito, i genitori avrebbero persino ironizzato sulle condizioni del bambino. Un dettaglio che ha avuto un peso enorme nel processo.
Il caso è arrivato davanti al tribunale di Innsbruck. I fatti risalgono a maggio 2024, nella zona del Tirolo, a Kufstein. La sentenza è stata durissima: ergastolo per entrambi i genitori, con le accuse di omicidio, tortura e sequestro di persona.
In aula, il padre ha confessato. Ha detto di non riuscire a spiegare le proprie azioni. Si è detto pentito, distrutto, soprattutto per il fatto che le altre figlie abbiano assistito all’agonia e alla morte del fratellino.
La coppia ha infatti altre tre figlie, di età compresa tra uno e sei anni. Le perizie hanno stabilito che non erano denutrite né vittime di maltrattamenti. Un dato che apre interrogativi ancora più dolorosi: perché proprio lui?
Secondo la perizia psichiatrica, la madre avrebbe proiettato sul figlio il proprio disagio mentale, individuandolo come causa del suo male. Il marito avrebbe assecondato quella visione, senza mai fermarsi.
Dopo la morte del bambino, è stato proprio il padre a chiamare la polizia. Per la madre è stato disposto il ricovero in una struttura psichiatrica.
È una storia che non trova spiegazioni rassicuranti. Non basta parlare di povertà, di disagio, di malattia mentale. Resta un bambino che non c’è più. E resta la sensazione, difficile da scrollarsi di dosso, che per troppo tempo nessuno si sia accorto di lui.
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