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Politica

Conte, i numeri sono pessimi: due settimane per la svolta o saranno dimissioni

Il Premier Conte alle prese con la necessità di allargare la Maggioranza: due settimane per rafforzare il Governo con nuovi “responsabili” ed evitare le dimissioni. 

Giuseppe Conte/Filippo Monteforte, Getty Images

Fiducia al Senato e Maggioranza a quota 156. Un risultato decisamente non esaltante per il Premier Giuseppe Conte, consapevole che il futuro del Governo dovrà necessariamente passare da un allargamento delle forze politiche che lo sostengono. Attualmente, qualora i 16 Senatori di Italia Viva che ieri si sono astenuti decidessero di esprimersi contro il Governo, la Maggioranza non ci sarebbe: 156 a 156. Anche meno, considerando che non sempre i Senatori a Vita saranno in Aula a dare il proprio sostegno.

E pensare che il sì di Riccardo Nencini, che porta in dote il simbolo del Psi e che potrebbe trainare con sé qualche altro Senatore a lui fedelissimo, Conte lo ha strappato davvero sul gong, con un’ultima – quasi disperata – telefonata. E se da una parte il Presidente del Consiglio esprime soddisfazione “perché si va avanti e adesso bisogna correre, per superare l’emergenza sanitaria e la crisi economica“, dall’altra da Palazzo Chigi filtra una certa preoccupazione per numeri che evidentemente “non sono straordinari“.

Le dimissioni, invocate a gran voce dall’Opposizione, non sono nella mente del Premier. L’idea, piuttosto, è salire al Quirinale per riferire al Presidente Mattarella e poi mettersi al lavoro con un vertice di Maggioranza che dovrà occuparsi dell’approvazione del Recovery Plan, dello scostamento di bilancio e – soprattutto – di trovare da qui a qualche settimana quel gruppo di “responsabili” che potrebbe dare fiato e forza all’Esecutivo per tirare avanti fino al semestre bianco: da lì in poi, tutto sarà in discesa.

Meglio tirare a campare che tirare le cuoia“, diceva un vecchio, potentissimo, leader democristiano. E Conte, in queste settimane, pare aver sposato pienamente l’insegnamento: la fiducia di ieri a Palazzo Madama è soltanto “un punto di partenza“, dice Conte ai suoi ostentando sicurezza. Ma la partita è ben più complessa di così: dal PD, il segretario Nicola Zingaretti fa sapere che serve solidità e, soprattutto, un Governo in grado di prendere decisioni. Ne consegue che, se nel giro di un paio di settimane i numeri in Aula non saranno più consistenti, la pressione per indurre Conte  a salire al Colle portando le proprie dimissioni crescerà esponenzialmente.

Il conto alla rovescia è partito: Conte deve trovare alla svelta non meno di 5 o 6 Senatori. E se tra i Dem si continua a ragionare sulla possibilità di ricucire con Italia Viva, il Premier pare intenzionato a tirare dritto: Matteo Renzi appartiene al passato e il sogno, al contrario, è di imbarcare in Maggioranza parlamentari a lui vicini, convincendoli ad abbandonare il grande capo. Che la strada sia questa o meno, qualcuno il Premier dovrà trovare, perché “se non ci sono i numeri questo governo va a casa“, ammetteva ieri lo stesso Conte in Senato.

In questo senso ha speso tutto se stesso il capodelegazione PD Dario Franceschini, seduto accanto al Premier a condurre le trattative degli ultimi giorni. Anche perché – e questo al Governo lo sanno bene – la fiducia di ieri va bene davvero soltanto per scongiurare le dimissioni immediate. Non basterà per portare avanti provvedimenti voluti dal Governo, destinato tra le altre cose ad affrontare una guerra, persa in partenza, all’interno delle Commissioni. Tanto che sia tra i Dem che tra i 5 Stelle, complice anche una certa insoddisfazione e una quota di dissidi interni, sono in molti quelli che spingono per un rischiosissimo passaggio verso il Conte ter. Ma l’avvocato tiene: al massimo ha digerito l’idea di un rimpasto. Le dimissioni saranno rassegnate solo se e quando non vi sarà, letteralmente, più nessuna alternativa disponibile.

Sul piatto che punta a convincere nuovi “costruttori“, il Premier può mettere il Ministero dell’Agricoltura, quello della Famiglia e un posto da sottosegretario. E poi la delega ai Servizi, che potrebbe muovere altre caselle importanti in una sorta di domino. Nencini, dopo il sì di ieri, è seriamente candidato a diventare Ministro; per quanto riguarda gli altri posti, Conte spera possano servire per attirare altri “volenterosi“: da Quagliarello ai tre dell’Udc – De Poli, Saccone e Binetti – le trattative sono ancora aperte.

 

Pubblicato da
Lorenzo Palmisciano

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