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Estera

Libia, i pescatori italiani prigionieri non torneranno per Natale e saranno processati

In Libia, la vicenda dei 18 pescatori italiani sequestrati ormai da più di 100 giorni si trascinerà ancora per le lunghe. Il paese chiede uno scambio di prigionieri.

Getty Images/Alberto Pizzoli

Stando alle ultime notizie, stanno bene i 18 pescatori mazaresi imprigionati in Libia da quando le loro imbarcazioni sono state sequestrate dalla marina del paese nord africano: i prigionieri versano in buone condizioni e non sono stati trasferiti nel carcere civile di El Kuefia come si temeva ma restano comunque confinati in un edificio di proprietà della marina militare libica, sorvegliati giorno e notte da militari armati e ben addestrati e soprattutto in attesa di un processo. La vicenda – che va ormai avanti da più di 100 giorni – non sembra destinata a risolversi in tempi brevi, nonostante le forti proteste organizzate dai familiari dei pescatori detenuti in Libia sotto il palazzo del Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, accusato di non aver fatto abbastanza per risolvere in fretta la situazione. Il Governo libico dal canto suo ha richiesto quello che è un vero e proprio scambio di prigionieri: Bengasi vuole il rilascio di quattro giovani libici – soprannominati dalla cronaca “i calciatori” per la loro professione in patria – condannati a 30 anni di carcere per traffico di esseri umani nel 2015 e attualmente in attesa di una nuova udienza nel nostro paese. Solo in quel caso, i 18 pescatori – 8 dei quali sono di nazionalità italiana – saranno liberi di tornare a casa. A quanto pare, nulla è stato smosso dalla visita nel nostro paese del premier libico Fayez al-Sarraj che un paio di giorni fa è arrivato in visita a Roma e che è tornato a Tripoli proprio ieri.

Un rapido rilascio è un’eventualità che appare altamente improbabile perchè nonostante la richiesta di una nuova udienza per i “calciatori”, la Cassazione comunica che i tempi si stanno dilungando: e così, i pescatori si preparano a trascorrere un Natale lontano da casa, imprigionati al secondo piano in una grande stanza della palazzina proprietà della marina che mostra ancora i segni della tremenda guerra civile, occorsa alla caduta del Colonnello Mu’ammar Gheddafi. Dal canto suo, il paese nord africano ha permesso a cronisti italiani di visitare i pescatori: i 18 prigionieri hanno accesso a servizi igienici e televisione e vengono regolarmente nutriti con pasta, pesce e verdura: “«La prossima settimana inizierà il processo agli italiani qui nel tribunale di Bengasi. Attendiamo il verdetto. E dobbiamo valutare se il governo di Roma è disposto a scambiare i calciatori libici condannati a 30 anni di carcere dai tribunali italiani”, spiega un graduato libico che presiede il “carcere” improvvisato. Il reato contestato ai nostri pescatori è quello di aver sconfinato nelle acque territoriali libiche con le loro reti da pesca, violando le leggi locali. Caso ben diverso – secondo Bengasi – da quello dei 17 mercanti turchi sequestrati il 5 dicembre a bordo del mercantile Mabruka: in quel caso, la prigionia del gruppo è durata appena cinque giorni. Il Governo di Ankara ha pagato per il loro rilascio: “La nave turca è stata ispezionata. Non trasportava armi o merce illegale. Gli italiani stavano invece gettando le reti nella zona esclusiva libica di pesca. Sapevano di contravvenire le nostre leggi e non era la prima volta”, spiegano i soldati di Haftar. Una situazione che rimane in stallo, per la frustrazione dei 18 pescatori e delle loro famiglie, sempre più preoccupate e scoraggiate.

Pubblicato da
Manfredi Falcetta

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