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Cronaca

Il caporalato non è ancora stato sconfitto: lavoratori picchiati e costretti a restituire lo stipendio

Caporalato a La Spezia: un gruppo di lavoratori sono stati minacciati e sottopagati per lavorare su yatch di lusso a 4 euro l’ora.

Teresa Bellanova/Facebook

Costretti a lavorare anche 14 ore al giorno – senza permessi né riposi – costantemente sorvegliati e, talvolta, pure minacciati e picchiati. Già questo basterebbe a descrivere le condizioni disumane che  un gruppo di operai bengalesi era costretto ad accettare pur di lavorare. Ma a ciò si deve anche aggiungere che venivano pagati non più di 4-5 euro l’ora per svolgere mansioni molto pesanti e, a volte pericolose, a bordo di yatch di lusso. E , in caso di assenza per malattia –  compresi i casi di Covid – i lavoratori non percepivano alcun pagamento e perdevano così l’unica fonte di reddito. Ora è stata messa la parola “fine” a questo sfruttamento disumano grazie all’intervento della  Guardia di Finanza di La Spezia che ha eseguito 8 ordinanze di custodia cautelare – 7 in carcere, 1 ai domiciliari – e ha sottoposto a sequestro oltre 900mila euro in un’operazione condotta tra Spezia, Savona, Ancona e Carrara.

Le indagini hanno avuto inizio a seguito di una serie di anomalie segnalate dalla Prefettura di La Spezia. Le Fiamme Gialle hanno  acquisito orari di ingresso e uscita al lavoro degli operai e hanno raccolto anche le testimonianze dei lavoratori. A completare il tutto le intercettazioni telefoniche ed ambientali che hanno confermato le gravi condizioni di sfruttamento a cui erano assoggettati decine e decine di bengalesi. A sfruttarli un gruppo di altri connazionali e di un italiano.

Apparentemente il lavoro era perfettamente in regola. Infatti, ad un primo controllo,  tutte le buste paga e i relativi versamenti risultavano conformi. Ma grazie al controllo sui dati bancari di decine di conti correnti e alle carte postepay intestate agli operai, è emersa una realtà sconcertante: una volta ricevuto lo stipendio  tramite regolare bonifico bancario, gli operai venivano costretti dai loro “caporali” – con la violenza e sotto la costante minaccia di venire licenziati – a prelevare il denaro per restituire in contanti gran parte dello stipendio ricevuto. Questo astuto meccanismo – che non rendeva tracciabili le restituzioni che gli operai bengalesi facevano ai loro sfruttatori in quanto avvenivano in contanti e non tramite bonifici –  era stato studiato da un consulente del lavoro di Ancona che predisponeva false buste paga con il minimo dei contributi previdenziali. In questo modo l’azienda risultava perfettamente in regola e poteva ricevere le sostanziose commesse e accedere ai prestigiosi cantieri navali spezzini.

Qualche mese fa, ricorderemo tutti, le lacrime piene di commozione del Ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova quando parlava di una vittoria dello Stato sul caporalato dopo l’approvazione della sanatoria per i migranti impiegati nel settore agricolo e nei lavoratori di cura alla persona. Il ministro renziano si riferiva, prevalentemente, al caporalato che da moltissimi anni regna nel mondo dei lavori agricoli. Ma sono tantissimi gli altri settori in cui lo sfruttamento regna ancora incontrastato e, talvolta, purtroppo ignorato. E, purtroppo, anche nel settore agricolo – nonostante le migliori intenzioni di Bellanova – la sua legge non ha avuto gli effetti sperati: solo una minoranza dei braccianti ha richiesto il permesso per la regolarizzazione e, talvolta, hanno dovuto pagare tutta la procedura di tasca propria.

Pubblicato da
Samanta Airoldi

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