L’attore siciliano ha visitato lo stabilimento campano la cui chiusura sarà decisa il 31 ottobre. “Una visita importante, come una bottiglia col messaggio nell’oceano”, ha detto.

Una visita importante, un piccolo segno, come quando “si lancia la bottiglia col messaggio nell’oceano“. Così Flavio Insinna ha espresso la sua solidarietà ai lavoratori della Whirlpool. L’attore siciliano, che più volte ha espresso la sua vicinanza agli operai dell’ex Indesit, ha visitato la fabbrica campana per dare un segnale di supporto ai 420 lavoratori che da più di un anno lottano contro la chiusura dello stabilimento, prevista per il prossimo 31 ottobre. “La mia presenza oggi è solo un piccolo segno, un supporto che sento di dover dare a chi ha la necessità di difendere il proprio futuro. È stato il commento di Insinna al margine dell’incontro, svoltosi nella sala assemblee della fabbrica, al quale ha partecipato anche il sindacalista Aboubakar Soumahoro, informa il Mattino.

Quella della chiusura della Whirlpool è una battaglia tra Davide e Golia. Battaglia che ha portato i lavoratori spesso in strada nonché in tutte le sedi istituzionali per difendere il proprio lavoro. E il prossimo 31 ottobre verranno decise le sorti dello stabilimento. Una giornata decisiva per i più di quattrocento lavoratori, che non hanno perso la speranza di salvare il loro futuro e quello delle loro famiglie. E per richiamare l’attenzione su questo duello impari con la società statunitense, Insinna ha citato il citato Pertini: “Lo diceva il presidente Pertini che se parliamo di dignità, di libertà e di democrazia senza lavoro, stiamo parlando di concetti astratti”. Il conduttore RAI è d’accordo con questo pensiero e sostiene che “tutti dovrebbero avere la tranquillità di sapere al sicuro il proprio impiego”, ha proseguito, perché “nessuno deve strappare il lavoro con i denti”, come invece sta succedendo in Campania.

Lo smantellamento del sistema produttivo italiano

La manifestazione di Insinna è notevole e degna di plauso. Ma non tiene conto dei – purtroppo – tanti fattori che hanno portato alla decisione di chiudere la fabbrica, e cosa c’è dietro a questa decisione. Dobbiamo risalire agli anni ’90 per capire perché siamo arrivati alla situazione di oggi, che non tocca solo l’ex Indesit ma una parte importante del sistema industriale italiano del Secondo Dopoguerra, e soprattutto, ma non solo, la produzione di elettrodomestici. Siamo nel 1987 quando la Indesit – quindici stabilimenti in Campania e più di cinquemila operai, producendo radio, televisori, lavatrici, frigoriferi – viene acquisita dalla Ariston, suo principale concorrente.

I decenni successivi vedono la società in una corsa al ribasso senza fine: progressiva riduzione del numero di operai e ridimensionamento degli stabilimenti, spostamento all’estero – Est Europeo soprattutto . della produzione, per arrivare, nel 2014, alla vendita dell’impresa alla statunitense Whirlpool. Un altro pezzo di storia industriale italiana finita nelle mani estere, come riporta Radio Città Aperta. Dall’inizio di febbraio 2014 per i successivi 24 mesi, quasi duemila operai di Fabriano e Caserta sono stati messi in cassa Integrazione per riorganizzazione aziendale e riassetto degli stabilimenti produttivi italiani. La chiusura dello stabilimento era un passo naturale, e su questo la reazione dell’allora ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio è stata degna di nota: “Pretendo che venga puntualmente fatta chiarezza”, ha scritto allora su Facebook.

Di Maio non ha fatto molto, e c’è da chiedersi quanto effettivamente avrebbe potuto fare. In questi decenni, le trasformazioni prodotte nei sistemi produttivi hanno già ridisegnato la geografia del lavoro e della produzione, determinando il declino industriale di numerose città e aree territoriali. Questa profonda ristrutturazione dell’economia ci ha portati sempre di più alla frammentazione dei processi produttivi, alle esternalizzazioni in paesi caratterizzati da bassi salari e assenza totale o parziale di diritti dei lavoratori, alla organizzazione reticolare della produzione.

Come sostiene la scienziata politica Jodi Dean su Los Angeles Review of Books, gli hinterland dei Paesi industrializzati di una volta sono un simbolo dell’era post-capitalista in cui già ci troviamo. Resti di un capitalismo industriale che li ha lasciati indietro per affidarsi a manodopera meno costosa, gli hinterland sono pronti per il nuovo intenso sfruttamento del neofeudalesimo. In questo nuovo mondo dei servizi, non fabbrichiamo più oggetti. “Gli abitanti, prosegue Dean, sopravvivono lavorando in magazzini, call center, negozietti e fast food”. Vivono nelle città sovraffollate, in Paesi ricoperti da lande desolate. E mentre attendono comodamente a casa che Amazon recapiti i pacchi di mascherina ordinati alla Cina, brindano all’arrivo del futuro.

Fonte: Il Mattino, Radio Città Aperta, Los Angeles Review of Books

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