Dopo la decisione del Presidente della Regione Campania De Luca di chiudere le scuole superiori per le prossime due settimane, il Ministro dell’Istruzione Azzolina ha definito “gravissima” la decisione. Ma i numeri che vengono forniti dai due a sostegno delle rispettive posizioni sono completamente diversi. 
Lo scontro è divampato nella serata di ieri: il Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina contro il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca. Terreno di battaglia, la chiusura delle scuole, con conseguente ritorno alla didattica a distanza. Il Governatore ha scelto di prendere questa strada per contrastare la diffusione del coronavirus, alla luce di dati sempre più preoccupanti; il Ministro ha definito quella di De Luca “una decisione gravissima“. A separarli, numeri diversissimi tra loro: se dalla Campania fanno sapere che più della metà dei contagi di ieri – 611 su 1.127, il 54,21% – sono avvenuti nelle scuole, Azzolina ripete che l’incidenza degli istituti scolastici sulla diffusione del virus sia decisamente più basa, addirittura dello 0,075%. Versioni talmente tanto diverse da far pensare, inevitabilmente, che una delle due sia profondamente sbagliata.
Chiunque sia ad aver ragione, sottolinea Il Tempo, il dato che più preoccupa sta proprio nella profonda discordanza che si registra sui numeri forniti dalle istituzioni, tale da suscitare una notevole confusione in chi, da quelle stesse istituzioni, dipende: i cittadini. Una preoccupazione accresciuta dal fatto che la situazione che stiamo vivendo è talmente complessa che verrebbe da augurarsi che almeno in questo caso la politica – a maggior ragione quella che rappresenta le istituzioni – possa sfuggire a meccanismi propagandistici che puntano a tirare l’acqua al proprio mulino, qualsiasi esso sia.
La palla, ora, dovrebbe passare al Premier Giuseppe Conte, chiamato ad una verifica veloce e puntuale sui numeri reali. In ogni caso, l’esito comporterebbe una scomoda verità, per il Presidente del Consiglio, che si troverebbe a dover smentire in un caso un Ministro del suo Governo, nell’altro uno degli uomini più rilevanti del secondo partito della sua Maggioranza. Le decisioni conseguenti, sarebbero necessariamente diverse: nel primo caso potrebbe – o dovrebbe – imporre le dimissioni ad Azzolina, nel secondo – non potendo agire direttamente su De Luca per ovvie ragioni di competenza – sarebbe però chiamato ad impugnare la decisione del Governatore e difendere l’operato del Ministero dell’Istruzione – ripercorrendo la strada che seguì a febbraio, quando smentì pubblicamente l’allora Presidente delle Marche Luca Ceriscioli, imponendo che le scuole della regione rimanessero aperte.
La questione, in generale, dà bene l’idea di quanto sia importante, nella trattazione di un tema delicato come la crescita dei contagi, che ai cittadini vengano garantiti trasparenza e dettaglio nella comunicazione dei dati. Allo stato attuale, invece, il reale stato del tracciamento dei contagi nel nostro paese è piuttosto scoraggiante. Secondo il microbiologo Andrea Crisanti, spiega Huffington Post, il 95% delle persone potenzialmente infette circola liberamente nel nostro paese, proprio in conseguenza di meccanismi di tracciamento non funzionanti. Basti pensare al fatto che l’origine del contagio di chi viene sottoposto a tamponi o test molecolari dipende da una auto dichiarazione, la cui attendibilità non può in alcun modo essere garantita. Se, tornando alle scuole, pensiamo al caso di una classe, la situazione diventa praticamente impossibile da interpretare: è probabile che, in presenza di un positivo, gli altri eventuali contagiati dipendano dal primo. Ma l’origine, che necessariamente dev’essere esterna, rimane insondabile. Potrebbe essere un mezzo di trasporto pubblico, un familiare ammalatosi sul posto di lavoro, una serata in un bar o in un ristorante. E più si allungano i tempi del tracciamento, maggiori saranno le possibilità che il contagio si estenda.
Osservando l’andamento della curva dalla fine del lockdown in poi, ciò che salta all’attenzione di qualsiasi osservatore è che l’incremento dei contagi non si è registrato con la riapertura di bar e ristoranti, neanche con le feste estive cui migliaia di giovani hanno preso parte. Le mascherine all’aperto non si portavano, ma i contagi continuavano a diminuire. La prima inversione di tendenza si è avuta in estate, quando con gli spostamenti di massa per le vacanze, molti dei quali destinati all’estero, la curva ha registrato un ritorno alla crescita di scarsa rilevanza. I guai veri sono arrivati solo più di recente, quando cioè tutti noi siamo tornati a quella “normalità” fatta di uffici e posti di lavoro, mezzi pubblici, scuole. La riduzione, se non la totale cancellazione, dello smart working – e della didattica a distanza – hanno portato i mezzi pubblici ad essere affollati come lo erano nell’epoca precedente al Covid: nel giro di poche settimane, la curva ha acquisito un ritmo di crescita esponenziale.
Difficile pensare, quindi, che questa esplosione dei contagi derivi dalla “movida“, dai bar o dai ristoranti. Il cui giro di affari, e di conseguenza di frequentazioni, è anzi verosimilmente più basso di quanto fatto registrare in estate, quando bel tempo e vacanze chiamavano i ragazzi a uno stile di vita molto più libero. Molto più utile, quindi, sarebbe probabilmente intervenire sul combinato disposto derivante dalla riapertura di scuole e uffici e dal ritorno all’assalto dei mezzi pubblici, carichi in molte grandi città come carri bestiame.
Lorenzo Palmisciano
Fonte: Il Tempo, Huffington Post

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