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Matteo Salvini, perché rinviarlo a giudizio può rivelarsi un pessimo affare

Matteo Salvini a processo, così ha deciso il Senato della Repubblica. E, al di là delle dichiarazioni di apparente tranquillità da parte del leader leghista, la questione è seria. Ma non soltanto per Salvini.

E’ finita come previsto: l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini  finirò con tutta probabilità a processo con l’accusa di sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio: dal Senato è arrivato il sì all’autorizzazione a procedere sulla vicenda Open Arms, la nave della ong spagnola che rimase  per 20 giorni nel Mediterraneo con a bordo 164 migranti ad agosto 2019. A Palazzo Madama sono stati 149 i sì all’autorizzazione a procedere. Non p stata dunque approvata la relazione della Giunta per le immunità contraria al processo: ha ricevuto 141 voti favorevoli.  ll procedimento ora torna, su impulso del Tribunale dei Ministri,  alla Procura di Palermo che dovrà chiedere il rinvio a giudizio del leader della Lega. Il gup fisserà l’udienza preliminare al termine della quale i pm potranno chiedere il processo o il proscioglimento dell’ex ministro. Salvini non è ancora imputato: assumerà questa veste dopo la richiesta di rinvio a giudizio – e non si esclude al momento che possa scegliere  il patteggiamento o l’abbreviato.

La difesa del leader leghista

L’udienza preliminare si concluderà con il rinvio a giudizio o con il proscioglimento. Nel caso di rinvio il processo sarò appannaggio  del tribunale ordinario competente. Il processo dovrebbe iniziare il 3 ottobre. Salvini nella sua memoria difensiva in Aula ha sostenuto che Open Arms sarebbe dovuta attraccare a Malta, in Spagna o in Tunisia. “i primi paesi contattati e informati da Open Arms dopo le operazioni di salvataggio erano stati la Spagna – paese di bandiera della nave –  e Malta – in quanto zona più vicina al punto dei salvataggi. Secondo Salvini l’Italia non avrebbe avuto alcuna competenza e alcun obbligo con riferimento ai salvataggi effettuati da Open Arms al di fuori di aree di sua pertinenza”

L’ex Ministro che fu ad un passo dal diventare Premier sembra prenderla quasi con filosofia, mostrando una noncuranza affidata ai temi già noti: la difesa dei confini, la riduzione degli sbarchi e delle morti in mare. Ma certo avrebbe voluto evitare una giornata come questa. Le conseguenze potrebbero essere di quelle che lasciano il segno: il leader leghista rischia teoricamente fino a 15 anni di carcere ma ne basterebbero due per farlo incorrere nelle conseguenze previste dalla Legge Severino, tra queste l‘ineleggibilità. Significherebbe, per Salvini, una drastica riduzione della sua visibilità politica e probabilmente anche la perdita della leadership nel Carroccio.

Il problema della condanna, per gli altri

Ma c’è il rovescio della medaglia. Punto primo, l’esito del processo non è scontato e, forse, dopo le nebbie del caso Palamara potrebbe non essere una buona notizia una sentenza di condanna che darebbe forza alla tesi di una Magistratura ostile e prevenuta. Un’idea, questa, che sta conquistando l’opinione pubblica con una ricaduta in termini di credibilità delle istituzioni che non possiamo permetterci. La condanna di Salvini non sarebbe la sconfitta delle idee che hanno motivato le sue iniziative, al contrario le rafforzerebbe, creando una lacerazione e un antagonismo tra realtà politiche opposte a vantaggio della Destra, con ogni probabilità. Perché se affidare la soluzione del problema Salvini al codice di procedure penale non corrisponderà, sul versante politico, ad una credibile soluzione del problema migranti gli effetti, anche propagandistici, che scaturiranno da queste contrapposizioni possono essere devastanti. E la defenestrazione di Salvini diventerebbe per i suoi oppositori una vittoria di Pirro, prima di una sicura Caporetto, nelle urne.

 

 

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Redazione

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