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La verità degli imprenditori: lo Stato non paga i debiti, 270 mila imprese in rovina e rischio usura

ULTIMO AGGIORNAMENTO 14:35
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Nella giornata di ieri il Presidente dell’associazione commercianti è intervenuto durante l’evento di Villa Pamphili. Oggi tocca a Confindustria: entrambe accusano di ritardi e scarsa programmazione il Governo sul fronte del rilancio economico.

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A Villa Pamphili, nell’ambito degli Stati Generali dell’Economia, si sta consumando un feroce scontro tra il Governo del Premier Giuseppe Conte e le associazioni di categoria, Confcommercio e Confindustria. Gli schemi sono già saltati settimane fa, dopo l’attacco del Presidente dell’Inps Pasquale Tridico alle aziende e il botta e risposta tra il Presidente Carlo Bonomi e il Capo del Governo. Sul tavolo non solo la cassa integrazione in deroga, ma anche il programma di rilancio dell’economia del Paese. Nella mattinata di ieri, il Presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha illustrato i dati drammatici in cui versa il settore. Come spiega Il Corriere della Sera, secondo l’associazione di categoria, nell’ipotesi più ottimistica, si segnerà un crollo di 84 miliardi di euro nei consumi rispetto all’anno scorso. Stiamo parlando di circa 270mila imprese a rischio: negozi, pubblici esercizi e servizi. Spiega Sangalli: “A rischio oltre 1 milione di posti di lavoro. Gli imprenditori sono esposti al rischio di usura o a tentativi di appropriazione anomala dell’azienda”. 

Soltanto nel comparto della logistica e dei trasporti le perdite potrebbero arrivare a 28 miliardi di euro. E, all’appello, mancano ancora le strutture turistiche, molte delle quali potrebbero chiudere a fatturato zero quest’anno. Sangalli, ha spiegato che oltre il 30% delle imprese ha incrementato i costi – al netto di entrate crollate – per le procedure di sanificazione e di igienizzazione. I tempi sono strettissimi: bisogna intervenire subito per limitare i danni e dare al Paese un piano di rilancio, sperando che l’evento di Roma si traduca in proposte fattibili e decisive. Ha concluso Sangalli: “Abbiamo chiesto agibilità dei contratti a termine e del lavoro accessorio. No al salario minimo di legge, ma valorizziamo il welfare contrattuale”. Tutto questo unito ad un piano di investimenti pubblici, e misto pubblico-privato, e ad un progetto per il rilancio dell’immagine del Paese nel mondo potrebbe aiutare a limitare i danni, specie nell’ambito del turismo,che vale oltre il 13% del Pil.

Oggi toccherà invece a Carlo Bonomi, Presidente di Confindustria, agli Stati Generali. Il numero uno dell’associazione degli imprenditori non ha alcuna intenzione di indietreggiare, dopo gli scontri delle scorse settimane. Anzi. Confindustria, che accusa il Governo di aver tenuto praticamente in disparte le rappresentanze delle imprese, mira a riprendersi un ruolo di primo piano nella dialettica politica. Come spiega Il Sole 24 Ore, Bonomi, nella prefazione del saggio: “Italia 2030: proposte per lo sviluppo”, teorizza gli interventi da effettuare per il rilancio dell’economia, nell’ambito privato e pubblico. Il dossier, che sarà presentato agli Stati Generali, ha già fatto storcere il naso al Governo, accusato da Bonomi di aver sbagliato finanche la fase 3. Si parla di: “Democrazia negoziale”, ovvero un atto in contrapposizione alle politiche personali, costruita su un’alleanza pubblico-privato in cui le cariche elettive dialogano costantemente con le rappresentanze e parti sociali, senza assumere delega insindacabile. Insomma chi – a Palazzo Chigi – sperava in incontro senza scintille rimarrà decisamente deluso. Spiega Bonomi: “Non è una grande idea chiedere alle imprese d’indebitarsi mentre devono continuare a pagare le imposte e lo Stato non rende gli oltre 50 miliardi di debiti che deve ai suoi fornitori”.

Insomma se il Governo vorrà – ammesso che l’abbia mai avuto – recuperare il sostegno degli industriali dovrà cambiare decisamente registro. In primo luogo, spiegano da Confindustria, andranno investiti immediatamente i fondi, circa 100 miliardi, già disponibili per le imprese. Ma l’obiettivo più ambizioso è certamente l’abbattimento del debito pubblico che – dopo la crisi Covid – volerà a 160% in rapporto al Pil, circa 60 punti in più delle medie europee. Bonomi farà notare che, dell’aumento del debito, non si parla nel Def 2020, anche se sarà necessario recuperare, entro il 2030, i 10 punti di Pil che si perderanno quest’anno più i 3 non ancora recuperati a fine 2019 per riportare il Paese al 2008, ovvero ai livelli pre-crisi. Ha concluso Bonomi: “No ai bonus a tempo» e ad nuova spesa sociale con improvvisati nuovi strumenti. Sì, alla riduzione della quota di cuneo fiscale a carico delle imprese. E alla riforma degli ammortizzatori sociali”. Il tutto in un quadro di una riforma organica del fisco, che non sia più da ostacolo ad imprese e lavoro.

 

Mario Cassese

 

Fonte: Il Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore

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