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Cronaca

Coronavirus, 333 morti nelle ultime 24 ore “Test sierologici e patente d’immunità non bastano”

Patente di immunità e test sierologici non sono la risposta definitiva contro la minaccia del Coronavirus. Non ci sono infatti certezze sul fatto che chi è guarito non possa riammalarsi. 

Gli ultimi dati odierni forniti dalla Protezione Civile riferiscono un numero di attualmente positivi di 105.813 casi. I deceduti sono 26.977, con un incremento di 333 unità, +1,2% nelle ultime 24 ore. I dimessi in totale sono 66.624, +1.696 nella giornata di oggi. Calano di 53 unità i ricoverati nella terapia intensiva, che sono in totale 1.956. I tamponi effettuati sono stati 1.789.662, +32.003 nella giornata di oggi. Il totale dei casi è di 199.414, +1.739 nella giornata di oggi.

Nelle ultime settimane si era parlato molto dei test sierologici e del conferimento di una patente di immunità ai pazienti guariti dal Covid-19, strumenti che secondo alcuni avrebbero potuto rappresentare la svolta nel contenimento del virus. Tuttavia, entrambe le misure hanno importanti limiti che dobbiamo tenere a mente e non offrono assolute garanzie. Ma andiamo con ordine. La patente di immunità altro non è se non un documento, certificante che la persona che ne è in possesso non è più affetta dal Coronavirus e non rischia di infettarsi nuovamente. Questo certificato medico andrebbe poi rinnovato a intervalli regolari. Per stabilire se la persona che ha già subito l’infezione può ancora costituire un pericolo per la salute degli altri o meno, si pensava di utilizzare i testi sierologici. Ma medici e virologi ci spiegano che non è così semplice come sembra.

Il processo ipotizzato per assegnare la patente di immunità prevede la somministrazione di due test sierologici a distanza di sette giorni l’uno dall’altro. Tali test, come è stato riportato su Il Giornale, mirano a cercare nel sangue le immunoglobuline di tipo M che si manifestano durante i primi sette giorni dell’infezione, confermando che la persona è entrata in contatto con il virus e quelle di tipo G che appaiono solitamente attorno al quattordicesimo giorno. Esse rappresentano il ricordo del virus del nostro sistema immunitario che è in grado di “memorizzare” i virus da cui è stato attaccato, producendo anticorpi in grado di affrontarlo se dovesse ripresentarsi. Tuttavia, è stata la stessa OMS a dichiarare ufficialmente che guarire dal Covid non significa non poter essere infettati una seconda volta.

Secondo il professor Pierangelo Clerici, intervistato dall’Huffpost riguardo la questione test sierologici e patente di immunità, le ricerche sono ancora in corso e i test hanno un altra utilità se usati su vasti campioni della popolazione. Avendo ad esempio un campione di 100mila persone con un valore di 100 unità arbitrarie di anticorpi in circolo, se l’esito del tampone su quelle persone risultasse negativo, si potrebbe ponderare una correlazione tra il numero di unità di anticorpi e l’immunità al Coronavirus. “Se invece il tampone risultasse positivo, saprei che tale numero di anticorpi non garantisce necessariamente l’immunità”, ha spiegato.

In altre parole, la patente di immunità per il momento è un utopia per il semplice fatto che i medici non hanno ancora dati certi riguardo lo sviluppo dell’immunità nelle persone che sono guarite dal virus. “Per evitare di infettarsi di nuovo serve una specifica categoria di anticorpi, quelli neutralizzanti”, ha aggiunto il dottor Carlo Federico Perno, microbiologo e virologo presso il Niguarda di Milano, intervistato da La Repubblica. Tutti i virus scatenano la produzione di anticorpi nel nostro sistema immunitario ma non sempre questi ultimi sono neutralizzanti”. Per questo motivo, il medico è molto scettico nei confronti dei test sierologici attualmente in commercio, i cui prezzi, sempre secondo Huffpost, variano dai 45 ai 120 Euro: “I testi a nostra disposizione non rivelano la presenza di anticorpi neutralizzanti. Perciò, non rivelano se la persona che si sottopone al test può essere infettata una seconda volta o meno”. L’unica vera speranza riguardo per l’eradicazione del virus resta dunque il vaccino sullo sviluppo del quale l’OMS ha concentrato tutte le sue risorse.

Fonte: Huffpost, La Repubblica

Pubblicato da
Manfredi Falcetta

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