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Vittorio Feltri, il codice l’ha dimenticato: ha perso il limite ed il senso di misura

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:28
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Polemica sulla frase di Vittorio Feltri contro i meridionali. Alcuni chiedono che sia radiato dall’Ordine dei giornalisti, mentre nelle edicole, al Sud, non si vende il suo quotidiano. 

Vittorio Feltri ed i Meridionali - Leggilo.org

 

Vittorio Feltri è un giornalista, saggista e opinionista italiano. Così, viene definito nelle righe introduttive della sua biografia riportata su Wikipedia, uno dei portali maggiormente consultati quando si parla di vita e carriera di personaggi pubblici. Laureato in Scienze Politiche, è iscritto all’Ordine dei Giornalisti dal 1971. Da quel momento in poi, la sua carriera è stata tutta in discesa. Direzione di svariati giornali, poi la fondazione del suo “Libero“, giornale nato in un momento in cui il Paese era attraversato dalla noia, e cresciuto soddisfacendo l’Italia di quel “desiderio di identità e di sicurezza” che ricercava, scriveva Feltri in un articolo del 2003. Una carriera invidiabile, o comunque rispettabile, da cui si potrebbe imparare. Si potrebbe imparare da lui, infatti, come fare spettacolo, come essere al centro delle cronache, come essere sempre sulla bocca di tutti. Come fare un po’ di gossip spicciolo, in altre parole, seguendo la scia del: “Meglio criticati, che ignorati”. Eppure, mica sempre.

Ai più disattenti, a quelli che guardano al giornalismo con stupore e meraviglia, Feltri può sembrare incarnare la figura del giornalista ideale: fuori dalle righe, capace di mettersi al centro di ogni cosa e scalzare via tutte le figure di contorno. Affascina, per certi versi, per la sua tendenza al rifiuto del banale, quindi del noioso, per il suo mettersi di traverso alla direzione in cui vanno tutti. Ma a quelli più attenti – a chi guarda a questo mestiere con attenzione; a chi ritiene che l’informazione sia una delle marce principali da ingranare nella vita; a chi non ci sta a farsi declassare da stereotipi comuni che vedono la figura del giornalista come uno speculatore e un meschino – ecco che allora la figura di Feltri appare esattamente per quella che è: un uomo dello spettacolo, forse un critico. Un uomo che sembra essersi dimenticato di essere un giornalista.

Perché, se è vero che i giornalisti hanno un potere immenso, con la scrittura e con la parola, c’è sempre un limite e un certo decoro che dovrebbe essere mantenuto all’esterno. E il decoro Feltri non lo perde in ciò che scrive, che può essere comprensibile o meno, criticabile o meno, condivisibile o meno; ma ciò che si è lasciato sfuggire dalla bocca. “Io non credo ai complessi di inferiorità, io credo che i meridionali in molti casi siano inferiori”, ha detto a Fuori dal Coro. Una frase chiarissima nella sua immensa tristezza, tanto che anche Mario Giordano si è trovato a dover  prendere le distanze. E se è vero che chi fa questo mestiere proprio non ce la fa a star zitto, se è vero che è giusto dire ciò che si pensa, c’è anche un limite, un confine da non oltrepassare che sta tutto li, nel ruolo che si ricopre. Mai, sarai considerato una buona firma, se quando apri bocca fai passi falsi non giustificabili. E mai, davvero mai, sarai considerato una voce autorevole e degna di considerazione se ciò che dici ha la capacità di ritorcersi contro di te in un baleno. Che poi, tanto per chiarirci, se si è favorevoli alla libertà d’opinione, allora bisogna consentire di poterla esprimere davvero a tutti. Ma il punto è un altro.

L’ennesimo scivolone di Feltri non è stata un’opinione. E’ stata un’offesa, un’offesa retrograda, un’offesa da due soldi. Avrebbe potuto dire, ad esempio, che esistono differenze notevoli tra la condizione economica del Sud e quella del Nord, magari motivandoli con dati alla mano. Avrebbe potuto dire, ad esempio, che esistono anche alcune differenze sociali relative agli stili di vita, alle abitudini delle persone, alimentari, relazionali, comunicative. Cose evidenti, reali, con cui facciamo i conti tutti i giorni. Ma dire che quelli del Sud sono inferiori, aprendo un conflitto di razza e legittimando una superiorità basata sul luogo d’origine, è un’altra storia. E se è vero che al Meridione si gode di minore benessere, è anche vero che proprio i meridionali andrebbero difesi da contrapposizioni che non servono, da discriminazioni che non aiutano, da una lotta di classe che va avanti da anni ed anni – a dimostrazione del fatto che l’Italia non è unita, non lo è mai stata, e forse non lo sarà mai.

E non serve, Feltri, rimediare su Twitter chiarendo che il discorso era puramente di tipo economico. Perché questo non si è capito, per nulla. E ciò che è emerso, al contrario, è stato un disprezzo, un rancore, la volontà di creare un dislivello in una società già di per sé dislivellata. E di cosa ci stupiamo, poi, se i giovani giornalisti smettono di guardare a chi avrebbe tanto da insegnare, come ad un modello da cui imparare? No, non ci stupiamo. Anzi ci indigniamo per chi ricopre una professione che avrebbe in sè le potenzialità per fare di tutto, davvero di tutto, per migliorare un po’ il mondo. Sandro Ruotolo e Paolo Borrometi sono due giornalisti che già qualche tempo fa, non sentendosi più rappresentati da Feltri per alcune parole su Montalbano – come un Carabiniere che fa fatica a riconoscersi in un militare che ammazza la moglie, ad esempio – hanno deciso di lasciare l’Ordine. Di auto-sospendersi. “Ci consideriamo incompatibili con l’iscrizione all’albo professionale di Vittorio Feltri. Proprio noi, che più di altri, ci battiamo per la difesa dell’articolo 21 della Costituzione, riteniamo gli scritti e il pensiero del direttore Feltri veri e propri crimini contro la dignità del giornalista”, scrissero i due in una lettera.

E i due, che oggi si sentono ancor meno rappresentati di prima, a quanto pare non sono gli unici. La petizione, su Change.org, per radiare dall’Albo Vittorio Feltri, ha raggiunto 120.000 firme. E intanto alcuni avvocati hanno presentato esposto presso la Procura della Repubblica. E intanto, a Napoli le edicole si rifiutano di vendere “Libero“. E fanno bene. Perché certe idee andrebbero bloccate, non nel pensiero, quanto nell’elaborazione. E se l’elaborazione è sbagliata, se dal pensiero si passa all’offesa gratuita, se da un dato oggettivo si passa ad una svalutazione filtrata da un pensiero soggettivo, allora qualcosa non torna. Non torna, che chi ha un codice da rispettare non mostri né senso di misura, né limite, né deontologia, né buon senso, né dignità. Dignità di se stessi e di altri. Non torna, Vittorio Feltri, che una vita di sacrifici e impegno e bravura – perché qualcosa di buono, in fondo, deve esserci per far si che tu sia arrivato dove sei – si sprechino così: nella vacuità di frasi insulse e discriminatorie. Nell’inutilità di espressioni infelici, espressioni che non si sposano con la veste che indossi. Quando si sceglie di fare il giornalista si prende sulle proprie spalle il peso della responsabilità delle proprie parole. Non si può parlare tanto per parlare; non possiamo farlo neanche noi; e non puoi farlo neanche tu. No, neanche tu. Anche se sei settentrionale. E superiore. E migliore degli altri.

Chiara Feleppa

Fonte: Fuori dal Coro, Cange.org,  Vittorio Feltri Twitter