I giudici si ribellano al Jobs Act di Matteo Renzi: “E’ irragionevole e incostituzionale”

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Dopo il rinvio del Tribunale di Milano dell’agosto scorso anche la Corte d’Appello di Napoli ha chiesto alla Corte Costituzionale di pronunciarsi sulla riforma del lavoro voluta dal Governo di Matteo Renzi.

 

La Corte d’Appello di Napoli ha manifestato dubbi sulla legittimità dei provvedimenti contenuti nel cosiddetto “Jobs Act”, invitando, con un doppio rinvio, a pronunciarsi sul caso la Corte Costituzionale e la Corte di Giustizia dell’Unione Europea. In particolare nel mirino dei giudici partenopei è finito il Decreto Legislativo 23/2015 che disciplina i licenziamenti collettivi. Sulla questione si era già espressa, nel 2018, la stessa Corte Costituzionale, come riporta questo articolo de Il Fatto Quotidiano, che aveva già dichiarato incostituzionale l’articolo 3 del provvedimento in quanto: “L’indennità calcolata sulla sola anzianità di servizio non possa essere un rimedio efficace contro i licenziamenti ingiustificati, perché né ripara il danno subito dal lavoratore, né dissuade le imprese da comportamenti illegittimi”. La riforma del mercato del lavoro, voluta dal Governo di Matteo Renzi, ha stabilito che a tutti i contratti a tempo indeterminato stipulati dopo il 7 marzo 2015, si applicano specifiche garanzie contro il licenziamento ingiustificato attraverso delle tutele crescenti, ovvero legate all’anzianità di servizio. Come racconta Fanpage, i giudici napoletani hanno evidenziato come, per ciò che concerne i licenziamenti collettivi, in una stessa procedura di licenziamenti, di fronte a una stessa situazione, ci sarebbero addirittura tre diversi rimedi. Un lavoratore assunto prima dell’entrata in vigore del “Jobs Act”, in caso di licenziamento illegittimo, otterrebbe la reintegrazione attenuata, cioè il rientro nel posto di lavoro con l’aggiunta di un’indennità risarcitoria quantificata dal giudice, oltre al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali. Per i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015, e ingiustamente licenziati in una procedura collettiva, non c’è invece mai reintegrazione, né ricostituzione integrale della posizione previdenziale: l’unico rimedio è nell’indennità monetaria, aumentata tra le 6 e le 36 mensilità dopo l’approvazione del Decreto Dignità dell’allora Governo giallo-verde guidato da Giuseppe Conte.

Proprio su questa disparità di trattamento, la Corte d’Appello di Napoli chiede alla Corte Costituzionale di esprimersi. Non solo: secondo i giudici di Napoli, questi provvedimenti contenuti nel “Jobs Act” violerebbero le norme costituzionali 3, 4, 24, 35, 38, 76, 111 e 117. Aggiungendo anche di verificare l’eccesso di delega per l’approvazione di tali provvedimenti, dal momento che avvenuta tramite una legge delega e diversi decreti attuativi. Nelle indicazioni del Parlamento al Governo, infatti, non era prevista la modifica della disciplina in materia di licenziamenti collettivi. Alla Corte di Giustizia Ue invece, si chiede di verificare se la riforma del lavoro targata Renzi violi gli articoli 20, 21, 30, 34 e 47 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. Nella fattispecie gli articoli che disciplinano la tutela dei lavoratori contro i licenziamenti. Le Corti non dovrebbero pronunciarsi entro breve, ma nonostante la possibilità, sembra proprio da escludere l’intervento del Governo per evitare spaccature con Italia Viva.

 

Fonte: Il Fatto Quotidiano, Fanpage

 

 

 

 

 

 

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