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Sea Watch, 4 giorni per tornare in Olanda. Ma da 13 chiede di sbarcare in Italia

Quanti giorni avrebbe impiegato Sea Watch 3 per tornare in Olanda? Abbiamo interpellato alcune fonti nautiche e la risposta è stata sorprendente: senza contare le variabili rappresentate dalle condizioni di maltempo, con una velocità media di 10 nodi e passando lo stretto di Gibilterra, circa tre.

A noi tre giorni sono sembrati pochi, ma ancora meno sono quelli che non hanno condiviso la nostra cautela. Da Civitavecchia a Barcellona, 472 miglia marine,  si arriva in 20 ore, ci hanno detto. Quindi: tre giorni di viaggio da Lampedusa ad Amsterdam sarebbero ragionevoli. Diciamo che in cinque giorni Sea Watch avrebbe potuto raggiungere Amsterdam. Ma sono 13 giorni che l’imbarcazione, bandiera olandese e proprietà tedesca, ha ingaggiato una sfida con il Governo italiano, scrive Giornale di Sicilia.Una sfida che è politica. Sia chiaro: è una sfida legittima. Ma se lo è, non meno legittima è la risposta “politica” del Ministero dell’Interno.

Il problema nasce quando Sea Watch 3 usa la tematica umanitaria, come attesta Il Giornale, per forzare una contesa che, evidentemente, ha altri presupposti. Qui emerge la profonda scorrettezza della Ong: perchè devi scegliere le priorità e agire in base ad esse. Le priorità del Viminale sono chiare, giuste o odiose che possono apparire. Le priorità di Sea Watch 3 appaiono, oggi, contraddittorie. Ed è facile capirlo. Se la priorità fosse stata la salvaguardia delle persone al comandante della nave dopo la notifica del decreto di ingresso nelle acque italiane restavano altre opzioni. In quel momento aveva rigettato l’ipotesi Tripoli per motivi di sicurezza. Ma aveva rifiutato anche Tunisi e qui il rifiuto si comprende meno, come mal si comprende perché non ha tentato Malta. Le risposte a questa domanda possono essere varie, ma il filo che lega la logica di Sea Watch 3 è ben visibile: la priorità è politica. La Ong vuole creare un precedente forte che possa essere il presupposto per azioni simili, cosi da indebolire l’efficacia, di fatto, del Decreto Sicurezza 2. Il Viminale vuole l’esatto contrario.

Se a Sea Watch fosse davvero importata la salvaguardia di persone in condizioni fisiche precarie non avrebbe sostato in acqua, rollando, per 13 giorni. Scartate le ipotesi Tripoli, Tunisi e Malta l’imbarcazione non avrebbe perso tempo in un braccio di ferro assurdo con uno Stato canaglia – l’Italia, nell’ottica Sea Watch – ma sarebbe partita alla volta di Marsiglia e, dinanzi al rifiuto delle Francia, avrebbe dovuto far rotta verso Barcellona e via, via, proseguire e arrivare ad Amburgo, in Germania. E, infine ad Amsterdam, in Olanda.

Sarebbe stata un’azione umanitaria vera – dando priorità alla necessità di uno sbarco, e cambiando destinazione ogniqualvolta che venisse rifiutato – e politica. Ma un’azione politica rivolta a più soggetti: l’Italia certo, ma anche gli altri Paesi europei. E invece no: Sea Watch 3 ha preferito aspettare 13 giorni, attaccata alle terga della sola Italia contando che, alla fine, l’italia cederà. Per sfinimento, perché i migranti cominceranno a star male sul serio e il ricatto si perfeziona. Perché interverrà la Cei e i soliti sostenitori a prescindere, purché si contesti il Governo attuale. Una strategia solo politica, giusta negli ideali se vogliamo, ma attuata in maniera ricattatoria, miope e canagliesca. Siamo nella stessa lunghezza d’onda di una Mare Jonio che tenta il colpo di mano quando la Giunta per le autorizzazioni si riunisce per votare sul processo al Ministro dell’Interno: tutto avviene nell’ottica del teatro e dei riflettori puntati, dove la questione umanitaria è ridotta a mero strumento: vergognoso. Percing, capelli rasta, tatuaggi e tweet studiati a tavolino con uno stuolo di avvocati non bastano per avere ragione.

E’ una strategia perdente. Per le persone, certo. Ed è perdente in una prospettiva politica perchè da questi contenziosi da Centro Sociale galleggiante l’odiato ministro può uscirne solo rafforzato. Credono di poter vincere con gli appelli e le foto su Twitter. Non funziona così. Le nave umanitarie appaiono disumane e perdenti, alla fine. Perchè il gioco è a carte scoperte. Ed è inevitabile che finisca così.

Fonti : Il Gionale di Sicilia, Il Giornale

Pubblicato da
Maria A

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