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L’INPS dimentica di fare ricorso. Il pensionato riesce ad avere di 651mila euro all’anno

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Mario Cartasegna forse non vi dirà poi molto, ma quando saprete perché è balzato agli onori delle cronache, il suo nome non vi lascerà indifferenti.

Siamo in un periodo particolare: i giovani hanno lavori sempre più precari e i più anziani si vedono continuamente cambiate le leggi per congedarsi dal mondo produttivo. L’ultima novità è stato il superamento della legge Fornero a favore della “quota 100”, ovvero il raggiungimento della pensione a 62 anni con 38 anni di contributi. In tutto questo quadro, c’è un signore, anzi un avvocato che è riuscito facendo corsi su ricorsi a vedersi riconosciuta l’incredibile pensione da 651mila euro all’anno che l’Inps gli aveva tagliato.

Com’è possibile? L’avvocato Catasegna – la sua vicenda è stata ricostruita da Gian Antonio Stella su Il Corriere della Sera – lavorava all’Inpdap, l’istituto nazionale di previdenza per i dipendenti della pubblica amministrazione ed è andato in pensione circa 10 anni fa. Durante il servizio era riuscito “a farsi riconoscere dal Comune di Perugia, che lo aveva assunto come legale, un bonus supplementare allo stipendio per ogni causa vinta”. Al tempo era una procedura che si poteva fare, bisogna dirlo; a questo il professionista aveva richiesto un secondo “benefit”, ovvero il diritto di calcolare per la pensione anche una percentuale sulle cause vinte, cosa che all’epoca veniva anch’essa concessa. L’allora ministero del Tesoro disse di no con queste motivazioni: “‘la legge 299/1980 fa espresso divieto agli enti di corrispondere emolumenti non previsti dal contratto di categoria’ e che l’articolo 10 ‘dispone che la certificazione delle voci retributive ai fini di pensione sono quelli contrattuali con esclusione di qualsiasi altro emolumento a qualunque titolo corrisposto’”.

Cartasegna non si è rassegnato e  ha fatto ricorso contro il Ministero del Tesoro e alla fine gli viene data ragione. Nel 1997 il Tar di Perugia sentenzia: “Nella quota degli onorari percepiti si rinviene la presenza di tutti gli indici che la legge prevede per la loro utilità a pensione”. Passati 3 mesi dalla sentenza, l’Avvocatura dello Stato chiede all’Inpdap se voglia fare appello: nessuna risposta.
Il professionista si è ritirato nel 2008, maturando nell’ultimo anno – quello su cui ci si basa per calcolare la pensione – ” i ‘bonus’ di tante ma tante di quelle cause da moltiplicare i suoi guadagni medi da duecentomila a oltre un milione di euro. La cifra più alta mai presa al mondo da un dipendente comunale”. Nel 2013 la cifra, tra adeguamenti vari, diventa quella di 651mila euro; tre anni più tardi l’Inps dopo gli adeguati controlli ha chiesto al pensionato di restituire 3.700.000 euro ricevuti in più dal 2008, riducendogli la pensione da 11.154 lordi a 5.300 netti al mese.

E cosa ha fatto Cartasegna? Di nuovo ricorso, anche ad ottobre la Corte dei Conti umbra gli dà torto, riconoscendo illegittime le “macroscopiche” somme percepite dal pensionato. Ed ecco ancora un nuovo procedimento che, incredibile a dirsi, ha ribaltato la sentenza di Perugia: la prima sezione di Appello della Corte dei Conti dà ragione all’avvocato Cartasegna. Motivo: “Il ricalcolo della pensione non poteva essere fatto trattandosi d’un “trattamento pensionistico definitivo”. In sostanza l’Inps avrebbe dovuto ricorrere entro tre anni per riavere indietro la pensione; passato quel periodo di tempo, la somma diventa definitiva. Cosa che invece non accade con i dipendenti privati, visto che l’Istituto di Previdenza Sociale non ha alcun limite di tempo per richiedere la restituzione del denaro indebitamente percepito. Si tratta ovviamente di una disparità che è stata sottoposta per due volte alla Corte Costituzionale, ma Consulta “ha concluso in entrambi i giudizi per la legittimità della norma, rilevando che la diversità di regime tra pensioni pubbliche e private è stata una scelta del legislatore al quale la Corte Costituzionale non può sostituirsi”.