“Mio fratello poteva essere colpito a gambe e braccia, l’assessore ha scelto il petto”

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Fonti ed evidenze: Stampa, Fanpage

Prende la parola il legale che assiste la famiglia di Youns El Boussettaoui, morto in piazza Meandri a Voghera. L’avvocato spiega cos’era accaduto nei giorni prima della tragedia.

omicidio voghera

 

Dopo la morte del 39enne marocchino Youns El Boussettaoui diverse voci sono intervenute a sostegno della famiglia del giovane. Ultima quella di Ilaria Cucchi la quale ha espresso vicinanza e solidarietà a Bahija, la sorella della vittima. “Non è vero che si tratta di legittima difesa” ha affermato la giovane donna ospite di Zona Bianca “Non puoi difenderti da un pugno dato da una persona malata con uno sparo, si vedeva che non stava bene da come camminava. Come fai a parlare di legittima difesa se Youns era disarmato? Dicono che l’assessore, poverino, si sia spaventato troppo, ma Youns mica aveva solo il petto al quale sparare. Non aveva gambe o braccia? L’assessore lo voleva morto“.

E, mentre l’avvocato 47enne Massimo Adriatici – resta ai domiciliari proprio con l’accusa di eccesso colposo di legittima difesa, il legale che assiste la famiglia di Youns, Marco Romagnoli, interviene per raccontare lo strazio della famiglia nei giorni antecedenti alla tragedia. Youns, infatti, aveva disturbi psichici ma non voleva stare in ospedale, era addirittura fuggito. E gestirlo, per la famiglia, non era semplice. Intervistato da Fanpage, Romagnoli ha spiegato: “Il 12 luglio, dopo che non riuscivano a rintracciare il figlio, scappato da un ospedale psichiatrico a Vercelli, il padre e il fratello di Youns El Boussettaoui erano andati dai Carabinieri… Avevano specificato il fatto che l’uomo avesse dei disturbi psichici, suffragati anche dai referti rilasciati dal nosocomio“. Pertanto già nove giorni prima della morte del 39enne, il padre chiedeva di rintracciare il figlio e farlo curare. A quanto risulta agli avvocati, nessun servizio sociale della cittadina in provincia di Pavia aveva  mai assistito il 39enne. “Lui era seguito fondamentalmente dalla famiglia che si faceva carico della sua situazione di disagio psichico c’era stato un ricovero, che tutti hanno chiamato Tso ma non lo è, non c’era stato un provvedimento del sindaco” – ha precisato l’avvocato.

Romagnoli ha raccontato che, in un primo momento, il padre era riuscito a portare Youns a Vercelli chiedendogli di andare in ospedale. Siccome il 39enne si rifiutava, sono dovuti intervenire i Carabinieri di Livorno Ferraris ed era stato portato con un’ambulanza all’ospedale, dove era stato trattenuto nel reparto psichiatrico da cui, tuttavia, era riuscito a fuggire in meno di un’ora. A quel punto è iniziata una vera e propria Odissea con tutta la famiglia preoccupata e alla ricerca di Youns. L’avvocato ha puntualizzato: “Assistenti sociali e interventi istituzionali di tutela di questo soggetto debole non emergono. Se tu in una città come Voghera informi la polizia, il Commissariato, la polizia ferroviaria, della presenza di un ragazzo che ha presentato dei problemi psichici, se vuoi in 24-48 ore chiami il sindaco e ti prendi cura di questa persona“.

Tra l’altro Youns era ormai noto a Voghera perché  era un ragazzo che viveva per lo più in strada, che non curava se stesso, che non si faceva la doccia e girava per la città. Ad aiutarlo, ogni tanto, solo la comunità araba. Ma nessuno, al di là della famiglia, si è preso in carico questo giovane affetto da disordini psichici: “L’anziano padre è impazzito per salvare il figlio, faceva avanti e indietro da Vercelli a Voghera, ha bussato a tutte le porte, l’ha portato in ospedale, questo genitore ha fatto di tutto, ed è stato ignorato”. E anche dopo la tragedia la famiglia – a detta del legale – non ha trovato supporto adeguato nelle Forze dell’Ordine: “Quando  la famiglia è stata informata che la Procura avesse disposto l’autopsia nelle 12 ore successive perché i Carabinieri avevano detto che non aveva parenti in Italia, sebbene i familiari li avessero contattati pochi giorni prima” ha concluso Romagnoli.

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