45 giorni di carcere in meno e la voglia di vivere dopo la morte degli altri: Brusca dice di essere pentito

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Fonti ed evidenze: Corriere della Sera, Fatto Quotidiano

 Giovanni Brusca – scarcerato pochi giorni fa –  chiese scusa alle famiglie delle vittime. “Cosa Nostra è una fabbrica di morte”, dichiarò.

 

Con 45 giorni di abbuono, lunedì 31 maggio Giovanni Brusca – il boia della strage di Capaci – è tornato libero dopo 25 anni di carcere. Eppure ci fu un momento in cui il braccio fedele di Totò Riina, colui che non si fece scrupoli a strangolare i sciogliere nell’acido il piccolo Giuseppe di Matteo, si pentì e chiese perdono. Accadde cinque anni fa, quando si trovava nel carcere di Rebibbia da già vent’anni. Nel 2016, davanti alla telecamera del regista-documentarista francese Mosco Levi Bocault, con il volto protetto dal mefisto e dagli occhiali da sole e le mani coperte dai guanti, Giovanni Brusca pronunciò le seguenti parole: “Ho riflettuto e ho deciso di rilasciare questa intervista, non so dove mi porta, spero solo di essere capito. Faccio i conti con me stesso, è arrivato il momento di metterci la faccia, mi dispiace di non poterlo fare per motivi di sicurezza. Ma è nello spirito e nell’anima di farlo. Grazie per questa opportunità di chiedere scusa, perdono a tutti i familiari delle vittime a cui ho creato tanto dolore e tanto dispiacere”.

L’ex fedele di Riina – e già da anni collaboratore di giustizia – colse l’occasione anche per chiedere scusa a suo figlio e a quella che, all’epoca, era sua moglie. Entrambi messi alla gogna per le sue scelte di vita: prima da mafioso e poi da pentito. Nel video si sente Brusca addirittura parlare male di quella che per anni fu la sua “famiglia”, ovvero Cosa Nostra ed elogiare l’operato dei collaboratori di giustizia: “Quella di collaborare con gli inquirenti è una scelta di vita importantissima morale, giudiziaria ma soprattutto umana perché consente di mettere fine a questo… Io chiamo Cosa Nostra una catena di morte, una fabbrica di morte, né più né meno. L’ho sempre chiamata quando nei vari processi un’agonia, un’agonia continua”.  Il video fu poi inserito in Corleone, il documentario di Levi Bocault presentato a Roma nel 2018.

Adesso Giovanni Brusca, dopo la scarcerazione, si trova in una località protetta e passerà i prossimi 4 anni in libertà vigilata. Rampollo di una storica famiglia mafiosa di San Giuseppe Jato, Brusca, proprio per la sua efferatezza, era soprannominato u Verru il porco – e ‘u scannacristiani lo scanna persone. Arrestato il 20 maggio 1996, all’inizio il suo obiettivo era quello di screditare il mondo dell’antimafia e i pentiti che avevano scelto di collaborare con gli inquirenti. Poi la svolta: si autoaccusò di 150 omicidi tra cui la strage di Rocco Chinnici, la strage di Capaci e l’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteofiglio di un collaboratore di giustizia. Su alcuni punti delle sue dichiarazioni persistono, tutt’oggi,  coni d’ombra. Tuttavia le sue dichiarazioni sono state considerate attendibili in decine e decine di processi e, per questo motivo, dal 2000 ha incassato lo status di collaboratore di giustizia e dal 2004 gli è stato concesso di uscire dal carcere ogni 45 giorni per far visita alla famiglia in una località protetta.

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