Giuseppe Di Matteo, 15 anni, soffocato e sciolto nell’acido e altri 150 omicidi, ma oggi Brusca è libero

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Fonti ed evidenze: AdnKronos, PalermoToday

Torna in libertà Giovanni Brusca, fedelissimo di Totò Riina e responsabile di almeno 150 omicidi. Tra questi, anche quelli del magistrato Giovanni Falcone e del quindicenne Giuseppe Di Matteo.

E’ di nuovo libero Giovanni Brusca. Torna in libertà dopo aver scontato una pena di 25 anni di carcere, cui lo “scannacristiani” – questo uno dei suoi soprannomi – era stato condannato. Neanche lui è in grado di dire con esattezza quante persone sono morte per sua mano: “Molte più di cento, di sicuro meno di duecento“, ha spiegato tempo fa. E oggi, con 45 giorni di anticipo, grazie a un ultimo sconto di pena, ha saldato il suo debito con la giustizia italiana.

Nella sanguinaria “carriera” di Brusca, uomo vicinissimo a Totò Riina, spiccano la strage di Capaci – in cui il 23 maggio del 1992 persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della loro scorta  Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro – e l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, il bambino sequestrato dalla mafia per più di 700 giorni con lo scopo di far tacere il padre Santino, che aveva deciso di pentirsi, e poi sciolto vivo nell’acido. Uno dei delitti più efferati ed atroci commessi da Cosa Nostra.

Per quell’omicidio, racconta Nicola Di Matteo, il fratello di Giuseppe, Brusca non ha mai chiesto scusa. A spiegarlo con precisione fu l’avvocato Monica Genovese nel 2019, commentando la richiesta di far finire di scontare al pentito di mafia la propria pena agli arresti domiciliari: “Si dice che Brusca abbia chiesto scusa alle vittime ma erano scuse mai rivolte alla famiglia del piccolo Di Matteo. Soprattutto, questa affermazione stride con il fatto che nei vari dibattimenti c’è stato un riferimento al sequestro e ogni volta non ha mancato di sottolineare che la colpa fosse del papà

E proprio il fatto di essere passato, successivamente, a collaborare con la giustizia nelle vesti del pentito di mafia ha consentito a Brusca, insieme alla buona condotta, di evitare l’ergastolo, ottenere permessi e sconti di pena. Lasciata la sua cella nel carcere di Rebibbia, Brusca – su disposizione della Corte d’Appello di Milano – sarà sottoposto a protezione, controlli e libertà vigilata per i prossimi 4 anni.

Arrestato il 20 maggio del 1996 insieme al fratello Vincenzo, Giovanni Brusca aveva presto cominciato a fornire informazioni alla giustizia, non tralasciando racconti di una agghiacciante durezza: “Ho ucciso Giovanni Falcone, ma non era la prima volta: avevo già adoperato l’auto bomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva 13 anni quando fu rapito e 15 quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre 150 delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento“, aveva raccontato al giornalista Saverio Lodato.

Condannato a trent’anni, Brusca ha goduto in questo periodo di detenzione di diversi permessi premio, tutti commentati dall’indignazione dell’opinione pubblica. Nel 2004, in una di queste occasioni, fu nuovamente arrestato perché scoperto mentre utilizzava un telefono cellulare, attività assolutamente vietata ai detenuti in permesso. Ma i sospetti nei suoi confronti non si sono mai interrotti: nel 2010 fu accusato di continuare, dal carcere, a curare i propri interessi, finendo sotto processo per estorsione, successivamente derubricata a violenza privata.

 

 

 

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