Angelo, il messaggio della madre “Hai saputo della funivia?”. E lui non rispondeva

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Fonti ed evidenze: Ansa, Giorno

Nelle parole di Vita Pappalardi, collega di Angelo Vito Gasparro, morto nel disastro della funivia Stresa-Mottarone, il ricordo di un uomo buono: “Era un angelo di nome e di fatto“. 

Il dolore e la rabbia per un disastro assurdo, inspiegabile. Che si poteva e si doveva evitare. E che, invece, è costato la vita a 14 persone, gettando nello sconforto amici e parenti delle vittime. E’ così per Vita Pappalardi, amica e collega di Angelo Vito Gasparro, l’uomo di 45 anni morto insieme alla moglie, Roberta Pistolato, nel crollo della funivia Stresa – Mottarone, domenica mattina. Entrambi di origini baresi, i due si erano da tempo stabiliti a Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza: la gita a Stresa era l’occasione per festeggiare il quarantesimo compleanno di Roberta; è diventata la loro ultima escursione.

Non riesco a toccare nulla, delle sue cose. Ancora non ci credo“, spiega la signora Pappalardi, indicando la bottiglietta dell’acqua e i post-it con appuntate alcune informazioni, rimasti sulla scrivania di Angelo Vito. Il quarantacinquenne lavorava al Centro Unico di Prenotazioni dell’Asst di Melegnano e della Martesana. “Sabato Angelo mi aveva mandato su Whatsapp le foto del lago. Domenica, dopo aver saputo della funivia, gli ho scritto: ‘Hai sentito cos’è successo nel posto dov’eri tu ieri?’. Nessuna risposta, anche dopo ore. Non era da lui“, racconta ancora Vita, disperata. “In serata ho guardato i giornali e ho visto la sua foto. È stato terribile“.

Diplomato come perito elettronico, Gasparro si era spostato nel piacentino per cercare lavoro. Dopo un periodo in cui aveva lavorato come guardia giurata, nel marzo dello scorso anno, proprio all’inizio della crisi pandemica, era stato assunto dall’Asst come impiegato amministrativo. “Era un tipo sveglio, il lavoro lo aveva imparato in fretta. Gentilissimo con tutti, era un angelo, di nome e di fatto. Lui e la moglie progettavano di avvicinarsi a Milano: volevano una casa grande e un pastore tedesco“, ricorda ancora la collega. “Angelo era legatissimo a Roberta: se le fosse sopravvissuto, forse non sarebbe riuscito a superare il trauma. La famiglia di lei era già stata colpita da un dramma: la morte per Covid di una sorella di Roberta, lo scorso dicembre. Ora quest’altra tragedia. Penso a quelle povere famiglie, non è giusto“.

Un dramma come quello delle altre famiglie, attanagliate dal dolore per la perdita di qualcuno di caro, ucciso dall’imperizia e dalla mancanza di attenzione di chi, stando ai primi esiti delle indagini, avrebbe preferito mantenere in funzione l’impianto di risalita, nonostante dei problemi tecnici, pur di non sacrificare dei guadagni personali.

Nel Comune di origine, Triggiano, in provincia di Bari, Angelo lascia i genitori Trifone e Stella Maria, oltre a un fratello di due anni più giovane: è toccato a lui dare a mamma e papà la notizia che nessuno vorrebbe mai dover comunicare. “Siamo distrutti. Pensi che Angelo avrebbe dovuto venire qui la settimana prossima, per accompagnarmi all’intervento per la cataratta. Era un ragazzo d’oro, e non lo dico solo io“, le poche parole rilasciate, tra le lacrime, dal padre.

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