Alija Hrustic spiega perché ha ucciso il figlio di soli due anni

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Fonti ed evidenze: Fanpage, Giorno

La sconvolgente confessione di Alija Hrustic, a processo per l’omicidio del figlio di due anni: “Mi svegliavo di notte, fumato, e lo colpivo con calci e pugni. Ero convinto avesse il malocchio“.

alija hrustic
Alija Hrustic/Facebook

Sono parole sconvolgenti quelle che Giovanna Cavalleri, pm del processo a carico di Alija Hrustic – il ventiseienne imputato per il brutale omicidio di un bambino di appena due anni avvenuto a Milano, in zona San Siro ha letto durante – ha letto durante l’udienza nella quale per l’uomo è stata chiesta la condanna all’ergastolo: “Quando fumavo hashish me la prendevo con lui, perché mi ero convinto – me lo aveva detto mia madre – che mio figlio, il più piccolo, avesse il malocchio“, ha ammesso l’uomo. “Così, non so perché… ma mi facevo un casino di paranoie su di lui, mi svegliavo la notte fumato, lo svegliavo e lo massacravo di calci e pugni“, si legge ancora negli atti processuali.

Dalle dichiarazioni dell’assassino emerge anche il ruolo della madre del piccolo, completamente assoggettata al marito e alla sua famiglia, tanto da non essere più in grado di riconoscere il male che l’uomo stava facendo al figlio. La ricostruzione effettuata dalla dottoressa Cavalleri non lascia spazio a dubbi: la signora, “prima del delitto, era totalmente dipendente da lui, non aveva un documento di identità, né di residenza o cittadinanza, non aveva nemmeno il medico di base, tanto che quando i figli stavano male, anche solo per una banale febbre, lei lo doveva portare al pronto soccorso“.

Già nelle settimane precedenti la tragedia, la madre del bambino aveva visto l’uomo malmenare il piccolo. In particolare, un mese prima dell’omicidio lo aveva visto infierire sul figlio con una cintura, con la quale lo aveva ripetutamente colpito sulla schiena. A quel punto, si era deciso a chiamare il Numero Unico di Emergenza – 112 – salvo poi ripensarci e attaccare dopo pochi squilli. Quando era stata ricontattata, aveva raccontato che la telefonata era probabilmente partita per errore dalle bambine, che stavano giocando con il telefono.

Ora, la donna si trova in comunità: con lei il figlio di cui era incinta nel momento in cui il bambino di due anni fu ucciso dal padre. Le altre due bimbe sono state affidate a loro volta a una comunità, mentre il figlio più grande vive in Croazia, insieme ai nonni. “All’epoca del delitto la donna era totalmente isolata, e completamente assoggettata alla famiglia del marito che le diceva, anche dopo che era stato arrestato, di rispondere alle lettere che lui le mandava dal carcere“, si legge ancora nella ricostruzione della pm.

Sulla donna, anche la pressione della famiglia del marito, con la suocera che le avrebbe detto che “se si ammazza in cella, sarà colpa tua“. Eppure, la signora è riuscita a trovare, grazie alla nascita dell’ultimo figlio, nuova forza: “è riuscita finalmente a uscire da quel contesto sociale degradato e culturalmente molto arretrato che la costringeva ad essere vittima lei stessa“, scrive ancora la dottoressa Cavalleri. La sentenza per Hrustic è attesa il prossimo 25 maggio.

Una tragica storia che ha molti, drammatici punti in comune con la terribile morte di Giuseppe, il bambino ucciso a Cardito dal compagno della madre.

 

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