Martina Ciontoli segue l’esempio del fratello e scrive ai giudici: “Non avevo capito niente”

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Fonti ed evidenze: Corriere della Sera, Fanpage

Martina Ciontoli, fidanzata di Marco Vannini condannata insieme alla sua famiglia per la morte del giovane, ha scritto una lettera ai giudici che il prossimo 3 maggio dovranno emettere una sentenza sul caso. 

martina ciontoli marco vannini
Martina Ciontoli e Marco Vannini

Dopo le parole di Federico Ciontoli, recentemente tornato a parlare della tragica morte di Marco Vannini – avvenuta nella notte del 18 maggio 2015 all’interno della villetta della famiglia Ciontoli a Ladispoli – anche Martina Ciontoli, sorella di Federico e all’epoca fidanzata di Marco, ha deciso di esporsi in vista della sentenza definitiva che – il prossimo 3 maggio – i giudici della Corte di Cassazione dovranno emettere sul caso. A loro la ragazza ha indirizzato una lettera, il cui contenuto è stato pubblicato da Il Corriere della Sera: Martina – in maniera simile a quanto fatto nei giorni scorsi dal fratello – scarica sul padre le responsabilità, affermando che la realtà emersa dal processo non corrisponde al modo in cui, quella notte, si svolsero davvero i fatti.

Oggi ho 25 anni. Non so quante volte ho desiderato riaprire gli occhi per risvegliarmi da quello che avrebbe potuto essere solo un incubo terrificante“, scrive la ragazza. “Avevo 19 anni, Marco 20, quando una notte, all’improvviso, cambiava tutto. Per mano di mio padre. Per uno scherzo… Io non avevo capito niente. Marco stava morendo. Chissà se e quando lo ha capito anche lui. Non oso neanche pensarlo è il mio pensiero fisso“, dice ancora Martina, condannata in appello, insieme al fratello e alla madre, a 9 anni e 4 mesi per concorso anomalo in omicidio volontario. “E’ stato difficile capacitarsi di questo e rassegnarsi al fatto che il pregiudizio o una certa volontà riescono addirittura a cambiare la verità agli occhi degli altri“.

Martina scrive di essere consapevole del fatto che “queste mie parole potranno sembrare terrificanti se lette pensando che le abbia scritte un mostro, un’assassina… fredda, senza scrupoli, incapace di provare sentimenti e che per questo ha voluto la morte di Marco o lo ha abbandonato accettando che morisse come un cane“, ma che al tempo stesso si augura che qualcuno possa capire che la lettera scritta ai giudici è invece “il risultato del tentativo che ho cercato di fare per tirare fuori almeno un po’ del caos che c’è dentro di me“.

Martina racconta poi di non essere in grado, da anni, di parlare con nessuno di quanto accadde quella notte, spiegando poi di aver perso qualsiasi rapporto con Marina e Valerio – i genitori di Marco – che rappresentavano per lei “una seconda famiglia” e rammaricandosi di non averli chiamati subito, appena notato che Marco non stava bene.

“Per questo mi odiano e non si fidano di me…ma io in quel momento pensavo a capire lui cosa avesse, mentre si lamentava, si riprendeva, si lamentava…mentre mio Padre diceva che si era solo spaventato e aveva un attacco di panico…provavo a tranquillizzarlo…gli stavo vicino“, ricorda ancora Martina. In realtà, in quei momenti “Marco era grave e aveva un proiettile in corpo…ma io non lo sapevo…non lo sapevo…e le mie azioni e i miei pensieri sono stati inutili per questo… Vorrei poter raggiungere il loro cuore, ritrovarlo, incontrarlo…Vorrei poterli abbracciare“. D’altra parte, la ragazza si dice consapevole della distanza ormai incolmabile che la separa dai due coniugi: “La loro disperazione è troppo grande per poter anche solo avere il dubbio che le mie parole e i miei sentimenti siano sinceri. Ormai all’immagine di un mio abbraccio inorridiscono…è impensabile per loro. E io devo accettarlo e rispettarlo“.

Poi, sulla possibilità che ad attenderla ci sia la prigione, Martina dice: “Non ho mai davvero pensato al carcere…neanche come ipotesi…nel mio futuro…di fronte alla consapevolezza della verità. Mi sto rendendo conto che fra poco probabilmente per come sono andate le cose…per quella che è stata la realtà costruita, dovrò confrontarmi con questa possibilità…e non so se sono in grado“.

Il processo di Appello bis sulla morte di Marco Vannini ha sancito la colpevolezza di Antonio Ciontoli, padre di Martina, che dopo aver sparato il colpo di pistola che ha ucciso il ragazzo avrebbe successivamente sviato l’intervento dei sanitari – contattati inoltre con colpevole ritardo; per questo, l’uomo è stato condannato a 14 anni di reclusione.

 

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