Bambino ucciso, alla sorellina fu staccato il lobo dell’orecchio. La preside della scuola sapeva

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Fonti ed evidenze: Ansa, TgCom24

Dalle motivazioni rese note dalla Corte di Assise di Napoli, che lo scorso 30 novembre ha condannato all’ergastolo Tony Essobti Badre e a 6 anni la compagna Valentina Casa, per il brutale omicidio del piccolo Giuseppe, a Cordito, emerge un quadro di agghiacciante violenza. 

in carcere i genitori del piccolo Giuseppe, ucciso di botte a Cordito
Tony Essobti/Facebook

 

Dopo un processo iniziato il 30 settembre del 2019 e protrattosi per 19 udienze, la Corte di Assise di Napoli ha reso note le motivazioni che hanno portato alla condanna all’ergastolo per Tony Essobti Badre e a 6 anni di reclusione la sua compagna Valentina Casa, accusati di aver ucciso con efferata violenza il piccolo Giuseppe – morto a Cardito, comune della provincia del capoluogo campano, il 27 gennaio 2019 – e di aver malmenato la sorellina. La coppia, lui 27 anni e lei 33, era stata condannata lo scorso 9 novembre, ma, ancor di più della sentenza, durissima, sono le parole utilizzate dai giudici per raccontare il quadro generale in cui sono maturate le condizioni per l’uccisione del bambino a gelare il sangue. 

La morte del piccolo Giuseppe arrivò al termine di uno “spettacolo dell’orrore“, concretizzatosi come conseguenza del “carattere irascibile e instabile di Tony che incontra la personalità servile, indefinibile, a tratti assente di Valentina“. Una combinazione che ha fatto sì che l’uomo, in preda a un raptus, aggredisse brutalmente i due bambini perché stavano saltando sul letto, disturbando il suo sonno. La furia dell’uomo lo portò a mettere in atto una violenza disumana, “un vero e proprio spettacolo dell’orrore, dove ogni esibizione di violenza veniva pensata con lucidità ed era già troppe volte era stata provata“, secondo la corte.

I due bambini furono colpiti ripetutamente e con crescente violenza: pugni e calci, rivolti per lo più al volto e al cranio dei piccoli. Colpi tanto forti da tramortire Giuseppe, che non era più in grado di camminare, “respirava a fatica e non era in grado neppure di tenere la testa dritta“, secondo le ricostruzioni fornite dalla madre nel corso del processo. Ma la furia di Tony si scatenò anche contro la sorellina, colpita ripetutamente fino a divenire irriconoscibile: il viso gonfio per via delle percosse, un lobo staccato, come accertato dai medici dell’ospedale dove la bimba fu ricoverata.

Nella famiglia Essobti-Casa non v’era traccia di affetto, di cura di attenzione per i bambini“, scrivono ancora i giudici, che chiamano in causa anche le insegnanti, colpevolmente silenziose di fronte ad un quadro sconcertante di cui non potevano non essere, almeno in parte, a conoscenza. Secondo la corte le maestre non avrebbero segnalato nulla alle Forze dell’Ordine nonostante, in più di un’occasione, si fossero ritrovate davanti bambini che i giudici definiscono “pestati“. La piccola Noemi, una volta, si presentò a scuola con la testa fasciata: “Non essendo la prima volta (le maestre, ndr) scrissero una lettera alla preside che non diede alcun seguito alla segnalazione, iscrivendosi nel lungo elenco di coloro che hanno negletto la cura di queste creature indifese”, scrive la corte nelle motivazioni della sentenza.

Parole pesanti anche nei confronti di Valentina Casa, la mamma dei bambini, descritta come una donna che “si sottrae al suo ruolo di madre: è ben conscia delle violenze di Tony nei confronti dei suoi bambini (che hanno 3, 7 e 8 anni) e talvolta anche nei suoi confronti, ma è una madre assente, che lascia i suoi piccoli in condizioni igieniche precarie“. Un atteggiamento che avrebbe portato la donna a lasciare mano libera al compagno nell’esercitare violenze sui figli, fino allo scatto con cui, il giorno della tragedia, intervenne – almeno a parole – per interrompere il pestaggio. A confermarlo, durante l’incidente probatorio, era stata la figlia maggiore. Un intervento tardivo – giunto dopo innumerevoli violenze avvenute in precedenza – e comunque non sufficiente a salvare la vita al piccolo Giuseppe, la cui morte si può imputare anche alle mancanze della madre, che “aveva un ampio ventaglio di possibilità per evitare quell’orrore“. La donna, infatti, avrebbe potuto rivolgersi ai familiari, alla scuola, ai vicini di casa, ai servizi sociali, alle Forze dell’Ordine. E invece non fece mai nulla. “Non solo si è mostrata inerme“, ma collaborò, concordando con Tony sulla necessità “di non mandare i figli a scuola, quando i segni delle percosse erano evidenti, per evitare che qualcuno potesse sospettare qualcosa“.

 

 

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