Giulio Regeni, torturato ed ucciso. La sua professoressa “l’ho mandato a morire”

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Fonti ed evidenze: Corriere della Sera, Huffington Post

I magistrati che hanno provato a fare luce sulla morte di Giulio Regeni accusano la sua professoressa di Cambridge. E spuntano nuovi particolari sulla vicenda.

Activists of human rights organization 12_12_20 Getty Leggilo.org
Getty Images/Andreas Solaro

I magistrati che hanno seguito per anni il caso di Giulio Regeni, lo studente friulano che ha trovato una fine orribile in seguito ad un suo viaggio in Egitto, puntano il dito verso la professoressa Maha Mahfouz Abdelrahman, l’insegnante di Cambridge che avrebbe dovuto seguire il giovane ricercatore nel corso del suo operato nel paese nord africano. Nella comunicazione della Procura di Roma si legge che Abdelrahman avrebbe manifestato: “Assenza di volontà di contribuire alle indagini relative al sequestro, la tortura e l’omicidio di uno studente”. Il magistrato relatore della comunicazione aggiunge che non si spiega le ragioni dietro una condotta così poco collaborativa e che al momento, non è stato possibile chiarire tutti gli aspetti della vicenda. A portare i magistrati a puntare il dito verso la professoressa di Giulio Regeni ci sarebbe una mail, datata 7 febbraio 2016 – a quattro giorni di distanza dal ritrovamento del corpo del ragazzo – che recitava: Ho mandato un giovane ricercatore verso la sua morte...indicare alle persone come fare ricerca è qualcosa che penso, sento di non dover fare”. La mail – inviata ad una collega residente in Canada – manifesta per i PM un comportamento gravemente irresponsabile del docente, ora preda del rimorso.

I magistrati hanno utilizzato il materiale contenuto nel pc di Giulio Regeni – considerato preziosissimo per le indagini – per scavare nella vicenda e anche in quell’occasione, avrebbero trovato delle mail della professoressa Abdelarhman che incitavano il ragazzo ad indagare sul ruolo dei sindacalisti nel quadro del periodo post-Mubarak in Egitto. Inoltre, il ragazzo avrebbe manifestato più volte perplessità nella scelta dell’insegnante come relatore, soprattutto in merito alla richiesta di un finanziamento di 10.000 euro alla fondazione inglese Antipode. Per l’accusa, proprio il coinvolgimento di Antipode nella ricerca sarebbe stato fatale al ragazzo: tra le tante ipotesi mai realmente confermate sulla scomparsa del ragazzo, c’è quella presentata e poi smentita dal maggiore della National Security Ibrahim Sharif che affermava: “La Fondazione Antipode spingeva per l’avvio di una rivoluzione in Egitto”. Regeni sarà rinvenuto senza vita il 25 gennaio 2016 alla periferia di Il Cairo: addosso, segni di una tortura a cui il giovane sarebbe stato sottoposto da responsabili rimasti ignoti. L’ultima testimonianza audio visiva – rilasciata da Al Jazeera – sarebbe una prova del fatto che il giovane veniva pedinato dai Servizi Segreti governativi locali: un video di 25 secondi registrato a Nasr City, distretto ad est della capitale egiziana due settimane prima della morte del ragazzo. Nel video si sente chiaramente un agente dichiarare: “Il ragazzo se ne è appena andato. Posso spegnere o continuare a registrare. I casi di italiani rapiti all’estero in passato sono stati numerosi: alcuni si sono risolti positivamente ma in questo caso, l’inchiesta – secondo molti osteggiata dal Governo egiziano – dopo essersi trascinata per anni sembra arrivata ad un punto di stallo e la famiglia di Giulio Regeni forse non saprà mai la verità in merito alla scomparsa ed alla morte del figlio, così come forse non si conoscerà mai fino in fondo il ruolo avuto dalla sua professoressa Abdelrahman. Il 7 gennaio Regeni la incontrò al Cairo. Lei ha sostenuto che tra il settembre 2015 e il 25 gennaio 2016 giorno del sequestro “non vi sono stati contatti significativi con Giulio“. Ma secondo la Procura di Roma l’indagine ha accertato che in quel periodo ci sarebbero stati “molti contatti, alcuni particolarmente significativi“.

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