Morte di Giovanni Iannelli, nessun risarcimento ai genitori “Hanno altri figli”

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Fonti ed evidenze: Corriere della Sera, Gazzetta dello Sport

Giovanni Iannelli è morto poco più di un anno fa nel corso di una corsa ciclistica. Gli avvocati della Difesa invitano i familiari a rifarsi una vita.

E’ trascorso ormai più di un anno dalla morte di Giovanni Iannelli, deceduto sulle strade della Provincia di Alessandria il 7 ottobre del 2019 mentre prendeva parte all’87° Circuito Molinese a Molino dei Torti, storica gara ciclistica per dilettanti. Ma per la famiglia del ragazzo, già straziata dalla perdita, non c’è pace. Già all’epoca dei fatti le polemiche avevano riguardato le modalità dell’incidente: durante la volata finale, a circa 100 metri dal traguardo, Giovanni aveva perso il controllo della bicicletta e, cadendo, aveva sbattuto violentemente la testa contro un muretto, che forse non era stato adeguatamente protetto da transenne di sicurezza, normalmente poste proprio a tutela dei corridori. Inutile il trasporto in ospedale: dopo quasi due giorni di agonia, le gravissime ferite riportate provocarono la morte del ragazzo.

Per accertare le eventuali responsabilità, legate eventualmente alla mancata predisposizione di tutti i dispositivi di sicurezza previsti per gare di questo tipo, fu avviato un procedimento interno da parte della Federciclismo, che portò a pene lievissime: appena otto mesi di inibizione per il presidente del Gruppo Sportivo Bassa Valle Scrivia – cui fu comminata un’ammenda di mille euro – oltre che per il direttore ed il vicedirettore di corsa. Ma anche queste sanzioni, pur se minime, furono difficili da ottenere ed grazie allo zelo ed alla perseveranza di un gruppo di amici, parenti e colleghi di Giovanni, che denunciarono pubblicamente l’ipocrisia di chi, dopo la tragedia, cercò di far passare la morte del ciclista come un banale incidente: nel verbale di omologazione della corsa, infatti, né il direttore di corsa, né nessuno dei giudici ritenne necessario fare riferimento a mancanze organizzative – nonostante i regolamenti impongano tassativamente di transennare il tratto finale dei percorsi di gara. Niente da dire, quindi, a proposito delle transenne, nessuna foto: tutto perfettamente regolare.

Ora, dopo l’inchiesta interna sul piano sportivo, procede anche la causa civile intentata dalla famiglia del ragazzo contro gli organizzatori della corsa e gli amministratori del Comune di Molino de’ Torti, che autorizzarono lo svolgimento della gara. Ed è proprio dal processo civile che i familiari di Giovanni – la cui richiesta di risarcimento è di 1.6 milioni di euro – hanno dovuto subire un’altro duro colpo. Nelle memorie difensive presentate dai legali degli accusati infatti, la morte di Giovanni viene minimizzata, fatta passare quasi in secondo piano, ridotta ad un caso come tanti altri e, per questo, non importante. Una tragedia che “non riveste carattere di eccezionalità” – si legge nel testo della Difesa, visto che paragonabile ad altri tragici eventi che frequentemente si verificano sulle strade, nei luoghi di lavoro e nelle attività ricreative a carattere sportivo.  Ma il peggio, forse, deve ancora venire: “I genitori per fortuna hanno altri figli ed i nonni altri nipoti. La giovane fidanzata, superato il trauma del triste evento, potrà legittimamente ricostruirsi una nuova vita“- si legge ancora nella memoria difensiva.

Tommaso Giraudo, uno degli avvocati della difesa, raggiunto dal quotidiano Il Tirreno, spiega: “E’ una causa con richiesta di risarcimento danni e il fatto che il giovane non avesse una sua famiglia e che non fosse figlio unico sono due aspetti che hanno una precisa rilevanza. Le mie parole vanno interpretate in questo senso“. Poi, per affermare che tutto si sia svolto in modo assolutamente regolare e nella piena osservanza delle disposizioni di sicurezza, Giraudo sottolinea che gli organizzatori avevano ottenuto tutte le autorizzazioni necessarie allo svolgimento della corsa, arrivata alla sua ottantasettesima edizione. “Anche a fare sport purtroppo ci sono rischi“, conclude l’avvocato.

Un parere non condiviso da chi, del ciclismo, è uno dei massimi esponenti a livello nazionale come Vincenzo Nibali, che alla notizia della morte di Giovanni denunciò duramente la mancanza di sicurezza che troppo spesso si verifica in occasione di eventi ciclistici: “Mettetele queste minchia di transenne, a pagarne maledettamente le conseguenze alla fine siamo solo noi e le nostre famiglie, e in alcuni casi anche il pubblico. Codeste sono l’unica cosa che ci protegge“, scrisse Lo Squalo in un post su Facebook.

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