Massimo Giannini esce dalla terapia intensiva: “Ora muoiono i giovani. Ho visto tutto”

0
15
Fonti ed evidenze: La7, Repubblica, Fatto Quotidiano

Il direttore de La Stampa Massimo Giannini, uscito dall’ospedale dopo tre settimane di ricovero dovuto alle conseguenze del Covid-19, racconta la sua esperienza nel reparto di terapia intensiva: “C’è bisogno di capire cosa succede lì dentro“.

 

Posso dire di essere stato fortunato, il peggio è alle spalle. Però è stata dura“. Esordisce così Massimo Giannini, direttore de La Stampa, alla sua prima apparizione televisiva dopo essere uscito dall’ospedale dove è stato ricoverato per tre settimane a causa della sua positività al coronavirus. “Sei giorni in terapia intensiva, tre in subintersiva e gli altri nel reparto che, ho imparato, si chiama pulito-sporco“, spiega il giornalista. “È stata un’avventura davvero molto pesante, ho visto tanto dolore, ho visto tanta sofferenza, ho visto anche persone morire“.

Un racconto straziante, quello di Giannini, che già nei giorni scorsi aveva descritto dettagliatamente – in un editoriale scritto per il giornale che dirige – la drammatica realtà dei reparti di terapia intensiva. “Ho deciso di non nascondere questa esperienza“, dice nel corso della puntata di Otto e Mezzo, “perché credo che la testimonianza di chi sta male conti molto di più dei tanti dibattiti che stiamo ascoltando da settimane e settimane“. Il giornalista afferma di essere stato fortunato e di voler testimoniare l’esperienza vissuta perché, continua, “credo ci sia bisogno di capire cosa succede lì dentro“.

Quando la padrona di casa, Lilli Gruber, gli chiede cosa sia il reparto pulito-sporco, Giannini inizia a raccontare la sua esperienza all’interno dell’ospedale, attraverso quelli che descrive come tre gironi danteschi: “A me è stato risparmiato il quarto, il più tremendo, quello della rianimazione. Il reparto pulito-sporco è quello in cui sono ricoverati i pazienti un po’ meno gravi, sono coloro che stanno chiusi nella loro stanza, contagiati, positivi, non possono né uscire né aprire la porta“.

Una porta che, si apprende dal racconto del giornalista, si apre esclusivamente in orari prestabiliti: all’arrivo dei medici che devono effettuare controlli, degli infermieri che somministrano le terapie e degli operatori sanitari che puliscono le stanze. “Entrano tutti bardati, escono e buttano tutto in appositi contenitori, e tu non li rivedi più fin al passaggio successivo“, spiega. “E’ una condizione mai vista, mai sperimentata, mai provata prima“.

Ciò che ha colpito in modo più profondo Giannini è stata la grande quantità di giovani incontrati nel reparto di rianimazione in questo periodo di degenza. A questo si aggiunge la gravità delle condizioni di moltissime delle persone ricoverate. In questo senso, il direttore racconta della pronazione, una procedura che non conosceva e che, spiega, “ritengo un’esperienza che tutti devono conoscere quando parlano del Covid come se fosse una specie di influenza“. Si tratta di una manovra di emergenza che si applica ai ricoverati gravi, per i quali la somministrazione di ossigeno non è sufficiente. “I pronati“, spiega Giannini, “prima vengono sedati, poi intubati con dei tubi che entrano nei bronchi e per sedici ore vengono ricoverati sul lettino sdraiati a pancia in sotto, in una posizione guidata da un rianimatore esperto. Per le otto ore successive, sempre sotto il controllo di personale esperto in rianimazione, vengono posti in posizione supina“. Questa procedura, spiega il giornalista, si ripete senza soluzione di continuità – quando necessario anche per giorni – fino alla distensione dei polmoni, obiettivo finale della procedura di pronazione. Un obiettivo che, purtroppo, non sempre viene raggiunto. E così, conclude Giannini, dopo giorni trascorsi così puoi essere estubato e, “se ce l’hai fatta, dire ‘sono salvo’. Altrimenti, quando vieni estubato, te ne sei già andato, e nessuno ti ha dato nemmeno un ultimo saluto“.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui