Lite per gelosia, trascinata per il collo e soffocata, Carlotta non si è tolta la vita

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Marco Venturi, il fidanzato di Carlotta Benusiglio, la stilista trovata impiccata a Milano quattro anni fa, è indagato per omicidio volontario. Il provvedimento di chiusura delle indagini da parte del pm tratteggia un drammatico scenario fatto di stalking e violenze. 

A quattro anni dalla morte di Carlotta Benusiglio, la Procura di Milano ha chiuso le indagini sulla tragica fine della stilista, che fu trovata impiccata in Piazza Napoli, nel capoluogo lombardo, la notte tra il 30 ed il 31 maggio del 2016. Come riporta La Stampa, nel registro degli indagati è stato iscritto l’ex fidanzato della donna, Marco Venturi, con l’accusa di omicidio volontario, stalking e lesioni aggravate. Nella ricostruzione fatta dal pm Gianfranco Gallo – che ha guidato le indagini – dopo una lite l’uomo avrebbe strangolato la compagna. Poi, per cercare di sfuggire ad ogni responsabilità, avrebbe inscenato l’impiccagione utilizzando una sciarpa della stessa Carlotta.

Le indagini sulla morte della stilista si erano inizialmente indirizzate sull’ipotesi che fosse effettivamente stata Carlotta a decidere di togliersi la vita. Dopo una prima fase di inchiesta, il fidanzato era infatti stato indagato con l’accusa di istigazione al suicidio. La prima svolta arrivò a più di un anno e mezzo dalla morte della donna, nel dicembre del 2017, quando il pm ordinò la riesumazione del corpo e dispose un nuovo esame autoptico.

Il nuovo provvedimento del giudice parla di violenze che la donna ha subito per anni, perpetrate dal compagno – mangiato dalla gelosia – fino alla drammatica follia dell’ultima notte, quando Venturi, dopo una lite, colpì duramente e ripetutamente Carlotta. Calci e schiaffi, prima di trascinarla per i capelli. Fu al culmine di quella serie di violenze che la uccise, quando “per futili motivi e con dolo, stringendole al collo una sciarpa o il proprio braccio Venturi la strangolava“, scrive il pm.

Secondo Ansa, la stilista, deceduta subito dopo, soffriva di una malformazione alle ossa del collo – la sindrome di Eagle – che avrebbe contribuito a rendere più rapida la morte per asfissia meccanica da strangolamento. Così, dopo averle tolto la vita, Venturi cercò in ogni modo di farla franca e, al fine di “conseguire l’impunità“, l’uomo simulò l’impiccagione “sospendendo il cadavere ad un albero nel parco di piazza Napoli“.

L’indagato avrà ora venti giorni di tempo per produrre memorie o per rendere delle dichiarazioni ai pm. Alla scadenza di questo periodo, dovrà tenersi l’udienza preliminare in cui verrà stabilito se Venturi andrà a processo o meno.

Lorenzo Palmisciano

Fonte: La Stampa, Il Giorno

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