Il piano di finanzieri e broker per depredare i fondi del Vaticano, la Segreteria di Stato assediata

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Dai verbali delle indagini svolte dagli inquirenti emerge una vera e propria guerra per spartirsi fondi illecitamente sottratti alle finanze vaticane.

Il finanziere Raffaele Mincione, già indagato in Vaticano nell’inchiesta sul palazzo di Sloane Avenue a Londra con il broker Gianluigi Torzi e alcuni esponenti della Santa Sede, è indagato anche in un’altra inchiesta per riciclaggio condotta dalla magistratura italiana. Nell’indagine vaticana Mincione è indagato con monsignor Alberto Perlasca e Fabrizio Tirabassi, responsabili dell’ufficio amministrativo della Segreteria di Stato Vaticana, e con Gian Luigi Torzi. Al centro dell’indagine i 454 milioni di euro derivanti dalle donazioni dell’Obolo di San Pietro, nella disponibilità della Segreteria di Stato e da questa possedute con vincolo di scopo per il sostegno delle attività con fini religiosi e caritatevoli del Papa.

I verbali delle indagini condotte dai Promotori di Giustizia Gian Piero Milano e Alessandro Diddi svelano chiaramente la guerra intestina consumata negli ultimi anni ai piani più alti della gerarchia ecclesiastica. Una guerra che nasconde un fiume di denaro sottratto alle casse della Chiesa e utilizzato per fini personali, il tutto alle spalle del Pontefice. Tra le operazioni sospette, sottolinea Il Corriere della Sera, spicca l’acquisto del palazzo di Sloane Avenue 60 a Londra. Un acquisto che gli inquirenti definiscono “una manovra ben pianificata per realizzare una ingente depredazione di risorse finanziarie della Segreteria di Stato che non ha eguali“. Per questo sono finite sotto inchiesta per peculato, abuso di autorità e corruzione quindici persone tra alti prelati e dipendenti del Vaticano. A giocare un ruolo fondamentale sarebbero stati l’ex Cardinale Angelo Becciu e monsignor Alberto Perlasca, ritenuto il vero sostenitore dell’operazione.

Nel frattempo, si sta procedendo alle verifiche da effettuare sui conti personali che i due hanno aperto presso lo Ior, oltre che presso banche italiane ed internazionali e dove, secondo i promotori, potrebbero essere finiti i guadagni derivanti dagli affari portati a termine utilizzando i fondi dell’Obolo di San Pietro ed altro denaro a vario titolo proveniente dalle casse vaticane.

In particolare, ai 4 viene contestato dalla procura di Oltretevere di avere consentito a Mincione, di appropriarsi di parte della liquidità versata nel fondo Athena Capital Global Opportunities Fund – da lui gestito –  per un totale di oltre 200 milioni. Nel settembre di due anni fa le quote avrebbero già perso oltre 18 milioni di euro rispetto all’investimento iniziale ma la la cifra complessiva sarebbe una enorme voragine nei conti dello Stato. Il Vaticano, nel tentativo di contenere le perdite dell’investimento nel fondo che faceva capo a Mincione aveva deciso di risolvere i rapporti con quest’ultimo. La strategia di uscita dal fondo prevedeva che la Segreteria di Stato Vaticana rilevasse l’immobile di Londra e il versamento a Mincione 40 milioni di euro a titolo di conguaglio.

Per ragioni non note, la Segreteria di Stato avrebbe deciso di perfezionare l’acquisizione dell’immobile di Londra attraverso una società del broker Gianluigi Torzi, la Gutt Sa. A questo punto Torzi avrebbe venduto al Vaticano 30mila azioni della società  al prezzo simbolico di un euro. Ma prima si sarebbe premunito a dovere, modificando il capitale sociale introducendo accanto alle 30mila azioni senza diritto di voto 1.000 azioni con diritto di voto che avrebbe trattenuto per sé. Usando questa prerogativa sarebbe quindi riuscito ad ottenere 15 milioni di euro mediante versamenti ad altre due società a lui riconducibili, la Sunset Enterprise Ltd e la Lighthouse Group Investments Unlimited, usando fatture false. Nel mandato di cattura gli inquirenti hanno ipotizzato un’estorsione nei confronti della Segreteria di Stato messa in atto da Torzi, insieme Crasso, Tirabassi, mons. Mauro Carlino, l’ex segretario di mons. Angelo Becciu, che fu uno degli ‘emissari’ della Segreteria di Stato nella trattativa con l’imprenditore. La Segreteria di Stato Vaticana, sottoposta a grande pressione, era “ormai in balia” delle richieste di Torzi, secondo gli inquirenti.

La reputazione di Raffaele Mincione

Tuttavia gli “elementi reputazionali negativi” a carico del finanziere Raffaele Mincione erano già noti alla Segreteria di Stato della Santa Sede nel giugno del 2013. Lo testimonia un’informativa riservata della Gendarmeria vaticana in cui venivano evidenziate una serie di criticità relative alla figura del finanziere. Ciò nonostante, la Segreteria decide di rivolgersi a lui per gestire investimenti e affari immobiliari all’estero per centinaia di milioni di euro.

Sono infatti almeno quattro le riunioni che, a partire dal giugno del 2013, si sarebbero tenute all’interno della Segreteria di Stato alla presenza di faccendieri e banchieri intenzionati a spartirsi le ingenti cifre che si era deciso di destinare ad affari immobiliari con l’approvazione prima di monsignor Tarcisio Bertone, poi di Angelo Becciu. L’incontro decisivo sarebbe stato quello del 20 giugno 2014, quando Perlasca incontrò Mincione ed Enrico Crasso – il dirigente di Credit Suisse che aveva introdotto in Vaticano lo stesso Mincione. Durante quella riunione, emerge dai verbali, “è stata assunta la decisione, come visto rivelatasi disastrosa per le finanze vaticane, di intraprendere l’operazione londinese. Le indagini hanno consentito di accertare che la decisione di intraprendere tale operazione è da ascrivere alla competente I Sezione degli Affari Generali dalla Segreteria di Stato“.

E sempre dai verbali dei promotori emerge chiaramente il ruolo centrale svolto da Perlasca. A confermarlo è Vincenzo Mauriello, uno dei primi indagati tra dipendenti vaticani ad essere interrogato  riferisce l’Adnkronos. Mauriello racconta agli inquirenti che nel periodo tra il 2013 ed il 2014, quando la Segreteria stava valutando la possibilità di sostenere un investimento all’estero, Becciu gli chiese di raccogliere informazioni su Mincione. E’ proprio dalle ricerche svolte da Mauriello che nasce il rapporto della gendarmeria in cui si sosteneva che il finanziere “non era persona moralmente adatta ad avere rapporti con la Segreteria di Stato“. Il dipendente vaticano spiega poi che la scelta di avviare comunque l’investimento fu presa proprio da monsignor Perlasca. Un’affermazione che, si legge nei verbali “trova preciso riscontro in quanto accertato, in particolare che monsignor Perlasca ha seguito l’operazione londinese sin dall’origine avendo il 9 luglio 2014 sottoscritto, unitamente a Fabrizio Tirabassi, la proposta di partecipazione della Segreteria di Stato all’investimento che ha visto la destinazione a finalità speculative di fondi con vincolo di scopo“.

In protagonismo di monsignor Perlasca è confermato anche da monsignor Mauro Carlino, secondo cui era proprio lui a occuparsi di tutti gli aspetti dell’amministrazione: dai bilanci semestrali delle Nunziature fino alle risultanze finanziarie dei centri di spesa. In generale, era Perlasca ad occuparsi di tutte le entrate, comprese quelle relative all’Obolo di San Pietro.  E sarebbe stato poi lo stesso monsignore, in tempi più recenti, ad avviare una collaborazione con le autorità e a rivelare agli inquirenti – come ultimo atto di una guerra lungi dal finire – della richiesta dell’ex Cardinal Becciu di dirottare soldi sulle attività dei propri fratelli attraverso la Caritas.

Lorenzo Palmisciano

Fonte: Il Corriere della Sera, Dagospia

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