Claudio Poma è l’uomo che ha ammazzato il figlio di soli 11 anni, sparandogli un colpo di pistola per poi suicidarsi. Un filo sottilissimo, chiamato depressione, lo lega a Viviana Parisi.

C’è un filo sottilissimo, delicato, lacerante che lega Viviana Parisi e Claudio Baima Poma. Lei, scomparsa a Caronia lo scorso 3 agosto e ritrovata cadavere qualche giorno dopo, avrebbe ucciso il piccolo Gioele per poi suicidarsi gettandosi da un traliccio nei boschi. La sua morte è ancora avvolta nel mistero, tra ipotesi che continuano a prendere piede e dubbi che non si sciolgono. Ci sono poche certezze, tra cui quella che il piccolo Gioele Mondello era con la madre al momento della scomparsa, quando Viviana è uscita di casa, quella mattina, riferendo al marito di volersi recare al centro commerciale per acquistare un paio di scarpe al bambino. E c’è poi un’altra certezza, un’altra carta che canta e avvalora la strada più abbattuta dagli inquirenti: Viviana soffriva di disturbi psichici. Era depressa, soffriva di psicosi, manie di persecuzione. Diceva ai familiari che era pedinata: le cose che aveva nella sua mente diventavano per lei un incubo. E avrebbe potuto sentirsi inseguita da qualcuno, quando dopo quell’urto con il camion ha cominciato a scappare nelle campagne. Salvo poi, forse, inciampare, cadere e morire. O avrebbe potuto, addirittura, uccidere il bambino per proteggerlo da qualcuno. Da qualcosa.

E allora chi ha ucciso Viviana Parisi? Non è stata forse la sua mente ad averla distrutta? E se così è stato, allora, perché nessuno dei familiari a cui la donna ha raccontato i suoi disturbi ha provato ad aiutarla? E ancora perché le sue crisi nervose sono rimaste isolate, senza cura? Perché, quel certificato medico del 17 marzo scorso, rilasciato dall’ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto –  secondo cui “Viviana soffriva di paranoia e ha avuto un crollo mentale dovuto a una crisi mistica” – è rimasto lì, lasciato a morire? Non è difficile credere che se Viviana fosse stata aiutata, da medici, dal personale esperto, dai famigliari, probabilmente oggi avremmo salvato due vite. Perché il problema delle patologie mentali, dei disturbi psichici, è che distruggono, logorano, ammazzano. Ma la società non è pronta per questo, oggi si chiudono gli occhi perché prendere coscienza di tali sofferenze richiede troppo coraggio. Non si può certo rischiare di passare per pazzi agli occhi della società; meglio tacere, stare zitti, nascondere i referti. Chi mai, in fondo, trova il coraggio di mostrarli, senza paura; quale familiare, in fondo, trova la forza per accettare una realtà che fa ancora troppa paura. In fondo, ciò che non si vede non uccide.

I ritratti della sconfitta

Fin quando, poi, accendiamo il telegiornale e sentiamo l’ennesima madre che ammazza il figlio, o l’ennesimo padre, o l’ennesimo figlio. E i ritratti di questi figli assassini, madri assassine, padri assassini sono il più delle volte ritratti di uomini disturbati, problematici, depressi, gravemente malati. Ma sono anche ritratti della sconfitta. Abbiamo perso, tutti noi, quando Viviana scappava tra le campagne inseguita da qualche mostro della sua testa. Abbiamo perso quando Claudio Baima Poma ha annunciato l’intenzione di uccidersi con un lungo messaggio su Facebook. Ma nessuno l’ha preso sul serio. Poi ha messo in atto il suo piano, sparando al figlio Andrea, 11 anni, uccidendolo. Poi ha rivolto la pistola contro di sé e si è tolto la vita con la stessa arma. Eppure sui social, la vetrina del mondo, l’uomo ha scritto di soffrire di depressione da alcuni anni. Forse, chiedeva aiuto ed era stato già abbastanza coraggioso da dichiararlo sui social. Eppure, nessuno ha ascoltato. Il mondo è sordo. Il mondo non ascolta. Il mondo crede ancora che i pazzi restino pazzi da sé. Il mondo crede, in sostanza, che sia meglio voltarsi dall’altro lato piuttosto che fermarsi.

“Questo male non me lo sono cercato”, ha scritto. “Noi partiamo per un lungo viaggio dove nessuno ci potrà dividere, lontano da tutto, lontano dalla sofferenza”. E ancora: “Non ho più voglia di soffrire, l’unico momento di pace ce l’ho quando dormo. Mi rivolgo ai bikers: accompagnateci con le Harley, vogliamo sentire il rombo dei motori e ricordatevi di noi ogni volta che andate in moto”. Un post disperato, che rende l’assassino meno assassino ma rende tutti coloro che sapevano e hanno agito un po’ più deboli. La mente è più forte di tutto, talvolta anche più forte della vita. La depressione ti scava dentro, ti lascia ferite che non vanno via, ti regala la morte come segno di consolazione. C’è chi ha fatto qualcosa. Un’amica dell’uomo, circa un’ora dopo la pubblicazione del post, ha chiamato il 112 dando l’allarme, informa Il Corriere. Ma non è bastato. Ci voleva altro, e prima. Ci voleva una cura. Ci voleva coraggio. Coraggio di ascoltare il dolore, di accoglierlo prima che esplodesse, di guarirlo. Fin quando non ci saranno abbastanza mani che afferreranno quelle dei più deboli; fin quando non ci saranno abbastanza menti capaci di cogliere le debolezze e i problemi psichici e di considerarli pari e uguali a quelli fisici; fin quando un “pazzo” rimarrà solo un pazzo che non fa male a nessuno allora avremmo questo: morte e disperazione. Con la morte di Gioele e del piccolo di undici anni ha vinto qualcos’altro: il pregiudizio, lo stereotipo, la solitudine di tutti coloro che, forse un po’ strani, vivono quel dolore profondissimo che nessuno sembra pronto ad ascoltare.

Chiara Feleppa

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