“Definire omosessuale una ragazza che ha una relazione con un trans è ignoranza e disinformazione”

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La stampa libera o che si dice tale ha l’obbligo morale di supportare le minoranze e gli emarginati nelle loro battaglie per una società più equa. Perché il linguaggio è un potente strumento di potere e, in quanto tale, può accelerare o rallentare il raggiungimento di obiettivi che portano ad una maggiore uguaglianza e inclusione sociale

Dare dell’omosessuale a Maria Paola, la ragazza uccisa dal fratello perché fidanzata con un uomo trans, è ammazzarla due volte. La prima morte è frutto di quella violenza brutale che si è vista nell’attitudine del fratello e che ha portato la ragazza a cadere dal motorino e morire sbattendo la testa sul marciapiedi. È una violenza facile da condannare, più evidente. A nessuno, in sana coscienza o intriso di un minimo di senso della misura, verrebbe in mente di approvare quello che ha fatto Antonio Gaglione alla sorella. La seconda uccisione di Maria Paola invece è più subdola, meno immediata. A maggior ragione perché potrebbe essere involontaria, frutto dell’ignoranza, o semplicemente di quel pregiudizio che fa dell’Italia un Paese off limits per le politiche di genere, e che fa della maggior parte dei Paesi del mondo un posto pericoloso per uomini e donne trans. Ma se un’uccisione è involontaria e poco evidente, allora diventa anche più accettabile, e giustificabile. Non dovrebbe esserlo. Soprattutto in determinati contesti.

Le dichiarazioni di Ciro

Definire “omosessuale” Maria Paola perché stava con un uomo trans è uccidere quello che lei era, nel suo più profondo. Dove forse non arriveremo mai, ma non è necessario. Basta sentire le parole di Ciro, il suo compagno, per capire. “Io non sono una femmina, avevo 15 anni quando ho capito di essere un uomo, mi sentivo e mi sento un uomo. Maria Paola mi ha sempre amato come un uomo” dice.

E allora perché non credere che Maria Paola amasse Ciro come un uomo? Da dove nasce la necessità di bollarla necessariamente come omosessuale? Di uccidere la sua scelta di essere una donna eterosessuale che stava con un uomo trans? Forse da una incapacità ad accettare che certi paradigmi sono ormai agli sgoccioli? O da un pregiudizio millenario di chi non vuole assolutamente lasciare che sia la persona, e solo la persona, l’unica a decidere sulla sua identità – e quindi sul suo genere –  e del suo stesso orientamento sessuale?

Essere un uomo trans non fa di quest’uomo un omosessuale, così come essere una donna in coppia con un uomo trans non fa di lei un’omosessuale. Sono anni che lo dicono quelli che con i diritti LGBTIQ+ ci lavorano. E sono anni che una certa stampa, che forse ricalca un certo tipo di mentalità, non dà loro ascolto.

L’articolo di Leggilo su Maria Paola

Per questo il titolo scelto per l’articolo uscito su Leggilo che racconta l’ennesima storia di cronaca figlia della transfobia – Muore una ragazza omosessuale a Napoli. La Sinistra “Dobbiamo educare gli italiani alla tolleranza” –  è un affronto a tutta la comunità LGBTIQ+ che si batte quotidianamente, in Italia e altrove, per vedere riconosciuti dei diritti elementari. A cominciare dal diritto di esistere. Esistere, nel caso specifico, in quanto persona trans, ed esistere in quanto partner della persona trans. E la scelta, consapevole o meno, di attribuire in diversi punti dell’articolo il genere femminile a Ciro, liquidando peraltro il suo certamente durissimo percorso verso la transizione al genere maschile – transizione che potrebbe non essere finita – come la semplice “scelta di un nome maschile”, lascia un rammarico in chi vede la ripetizione di certi meccanismi e ragionamenti discriminatori che sono duri a morire. E che sotto le false spoglie di un dettaglio puramente linguistico o di una scelta minore sull’orientamento sessuale, continua ad alimentare quel magma di ignoranza, pregiudizio e discriminazione che fa dell’Italia quella che è: sessista, omofoba, transofobica.

Non è solo “sfera privata”

Insistere su delle scelte editoriali che riproducono questa mentalità non fa altro che ribadirla, mentre è impellente prendere delle posizioni nette che diano spazio alle rivendicazioni di questi gruppi di persone. Perché non è vero che l’identificazione di una persona con un genere diverso da quello biologico è una questione solo personale. Se Cira ha scelto di diventare Ciro, questa trasformazione non tocca solo la sfera privata della sua vita. Tutt’altro. Difendere questa prospettiva è come sposare la tesi che vuole che una donna rimasta incinta – dopo aver fatto sesso consensuale – non debba abortire, perché dopotutto lo ha voluto lei. Con la conseguenza che le donne continueranno ad abortire. Quelle ricche in eleganti cliniche clandestine a cui pagheranno fior di denaro e riceveranno un trattamento adeguato e discreto. Quelle che non hanno i mezzi per farlo moriranno insieme ai feti in catapecchie da macellai o con degli uncinetti infilzati nel ventre. E cosa si fa quando si nega – istituzionalmente e pubblicamente – a una persona trans di esistere in quanto tale? Questo: le si nega l’esistenza, e tutti i diritti che ne conseguono. Perché il riconoscimento dell’identità porta anche al riconoscimento dei diritti. E la sua negazione, porta a un’esistenza ai margini, ovvero, a quello che vediamo già. O davvero qualcuno crede che l’80% delle persone trans, soprattutto le donne, si prostituisce per piacere? O che una altissima percentuale abbandoni la scuola prima di compiere i 15 anni (70%) o lasci la propria casa ancora minorenne per pura scelta? O che muoia prima di compiere i 50 anni (85%), dopo aver passato una vita segnata dalla violenza, dalla tossicodipendenza e dall’abbandono perché non ha voluto fare altrimenti? Non è quindi un caso che in Paesi avanzati come l’Uruguay abbiano approvato delle specifiche leggi per tutelare le persone trans. E che in Paesi in vorticosa retrocessione come il Brasile una persona trans ha 14 volte più probabilità di essere assassinata rispetto a un uomo gay.

L’esempio dell’Uruguay

E non è di certo un caso che una delle più grandi lotte del movimento trans è quella del rispetto per l’identità di genere, che comincia proprio dal nome sociale e dal trattamento in base al genere. In altre parole, se una persona, biologicamente donna, intraprende un percorso per diventare un uomo, questa persona deve avere il diritto di vedersi riconosciuta in quanto tale non solo dai suoi parenti o amici, ma anche dalla società, a cominciare dallo Stato. Perché altrimenti queste persone continueranno a vivere ai margini, e l’emarginazione è strettamente legata alla invisibilità sociale e alla violenza. Non c’è bisogno di un Master in sociologia per capirlo. La legge integrale per le persone trans, approvata in Uruguay nel 2018 e unica nel suo genere, è l’esempio di una doverosa presa di coscienza e di responsabilità da parte dello Stato nei confronti delle persone trans, che da allora garantisce a tutte le persone il diritto al libero sviluppo della propria personalità secondo la propria identità di genere, indipendentemente dal proprio sesso biologico, genetico, anatomico, morfologico, ormonale, di assegnazione o altro. Nel definire la persona trans come quella che “si auto-percepisce o esprime un genere diverso da quello assegnatogli alla nascita, o un genere non compreso nella classificazione binaria maschio-femmina, indipendentemente dalla sua età e in base al suo sviluppo evolutivo psicosessuale“, la legge lascia grande spazio di libertà a chi, appunto, non si riconosce nei parametri biologici o sociali in cui è inserito, e facilita il percorso verso la transizione di genere, trasformando l’iter burocratico da un processo legale in un semplice adempimento amministrativo. Ma la legge uruguayana va oltre, quando riconosce che la popolazione trans è stata storicamente vittima di discriminazione e stigmatizzazione, e garantisce il diritto di queste persone a misure di “riparazione per la violenza istituzionale” subita, nonché a politiche affermative nel campo della salute, dell’istruzione, del lavoro, e via dicendo.

La situazione in Italia

Non ci si aspetta certo che l’Italia raggiunga in breve tempo il livello del piccolo Paese sudamericano, da sempre laico per determinazione costituzionale, e dove l’omosessualità ha smesso di essere reato nel 1934. Ma che almeno ciascuno faccia la sua parte. Due anni fa Twitter ha inserito il misgendering tra i crimini d’odio punibili dalla piattaforma. “Può sembrare un dettaglio da poco, ma venire chiamate (ripetutamente) con la desinenza o l’articolo errato è una forma di crudeltà inutile e una mancanza di rispetto”, informa l’osservatorio Trans Media Watch Italia riportato in un illuminante articolo di The Vision. Per questo, da quelli che con l’informazione hanno a che fare quotidianamente ci si aspetta almeno che non rafforzino la stigmatizzazione e che non aumentino la disinformazione. Che lavorino, con le parole, per far capire che una persona trans non è qualcuno che vuole passare per qualcun altro, che mette in atto un travestimento o una farsa ma, è un essere umano alla ricerca della sua realizzazione, e che ha diritto a vedere la sua identità, qualunque essa sia, legittimata e riconosciuta.

Fonte: Trans Media Watch Italia, The Vision

Thais Palermo

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