Aveva ragione Umberto Eco, in Italia c’è un Fascismo eterno, dice Luigi Manconi

0
5

Cosa hanno in comune l’uccisione di Willy Monteiro Duarte e quella di Maria Paola Gaglione? Il politico e sociologo Luigi Manconi sostiene che entrambi sono episodi fascisti. E cita Umberto Eco.

 

Cosa hanno in comune l’uccisione di Willy Monteiro Duarte e quella di Maria Paola Gaglione? Nel primo caso, un ragazzo di origini capoverdiane è stato pestato a morte da un gruppo di bulli cultori della MMA, un misto tra arti marziali, boxe e kickboxing, all’uscita di un locale a Colleferro, in provincia di Roma. Nel secondo, una giovane fidanzata con un ragazzo trans è stata spinta dal fratello che l’ha fatta cadere dal motorino e sbattere la testa contro il marciapiedi, a Caivano, in Campania.

Per il politico e sociologo Luigi Manconi, che in un articolo uscito sulla Repubblica sposa quanto già difeso da Liliana Segrè e da altri intellettuali, politici e influencer italiani, nei due casi è evidente la presenza dei tratti caratteristici del fascismo. È scontato per Manconi che con la parola “fascismo” non si fa riferimento alla marcia su Roma, o a Giorgio Almirante, anche perché i reati dei giorni scorsi possono essere commessi da chi si dichiara antifascista e di Sinistra.

Non si parla quindi del fascismo in quanto dottrina ma in quanto “strascichi” di ideologia, e di tratti culturali che si riproducono ancora oggi. Nel difendere il suo punto di vista, il sociologo si rifà al semiologo Umberto Eco che, nel testo “Il fascismo eterno” elabora la categoria di “Ur-Fascismo”, ovvero quello primigenio e originario, come “propensione perenne della personalità autoritaria”, e ne definisce le caratteristiche. Di cui una è proprio la tendenza a rivendicare, da parte di quelli non hanno alcuna identità sociale, un unico privilegio: essere nati nello stesso paese. L’altra è la propensione a tradurre la volontà di potenza nella sfera sessuale in maschilismo aggressivo. E infine, la concezione che “gli individui in quanto individui non hanno diritti, e il popolo è concepito come una qualità, un’entità monolitica che esprime la volontà comune“.

Sarebbero queste quindi le caratteristiche fasciste che soggiacciono ai due episodi di brutale violenza visti nei giorni scorsi. In più, il caso di Maria Paola, sostiene Manconi, indica la sopravvivenza di alcuni codici che attingono dall’ideologia fascista: la concezione della famiglia come struttura proprietaria, l’idea di sessualità regolata da rigide prescrizioni e interdizioni, e l’applicazione di un codice d’onore amministrato dal potere maschile secondo criteri tribali.

Per Antonio Mancini la colpa è della “cultura gomorrista”

Manconi aggiunge la sua alle tante voci che in questi giorni cercano di inquadrare gli omicidi in una o altra categoria storica o sociologica. L’asse principale del dibattito gira attorno alla scelta tra “fascismo” o “non fascismo”. Ma c’è anche chi, come il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, parlando del brutale assassinio di Willy Monteiro, sposta la discussione a un altro ambito, sostenendo che alla base dell’omicidio c’è un problema di mentalità mafiosa, che genera un atteggiamento mafioso. O come il giornalista Emanuele Macaluso, che parla di uno svuotamento del ruolo delle istituzioni sul territorio, e indica il livello politico e culturale sempre più “scaduto” come la principale causa della violenza dei giorni nostri.

Sembra propendere per questo tipo di interpretazione del fenomeno Antonio Mancini, ex esponente della Banda della Magliana che, contattato da Dire, ha commentato i fatti di Colleferro. Per Mancini, che la criminalità organizzata la conosce dall’interno, gli episodi che assistiamo e di cui sono protagonisti giovani bulli, sono il risultato delle fiction di oggi, che lodano quelli che un tempo erano i criminali. “La colpa, – prosegue – se c’è una cultura, è sicuramente, come la chiamo io, una cultura ‘gomorrista’”. Quando realizza gli incontri pubblici nelle scuole per demistificare “questi personaggi”, Mancini rimane stupito dai racconti dei docenti, che non sanno più “se i loro studenti si chiamano Mario, Giancarlo o ‘Il Freddo’, ‘Il Dandi’”. “Ai tempi nostri non sarebbe mai successo”, dice Mancini, ricordando quando a scuola uno doveva adoperarsi per nascondere i suoi tatuaggi. “Cosa c’è di fascista in questa vicenda? Niente”, conclude Mancini. Forse Umberto Eco non sarebbe stato d’accordo.

Fonte: Repubblica, Dire

Thais Palermo

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui