Uccisero il giudice Livatino freddandolo in strada. Permesso premio al mandante

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Giuseppe Montanti, mandante dell’omicidio del giudice Livatino, ha ottenuto un permesso premio.

 

Un permesso premio di nove ore, proprio nella settimana delle commemorazioni per i trent’anni dall’omicidio per cui era finito in carcere. A ottenere il permesso – riporta Agi – è Giuseppe Montanti, 64 anni, condannato all’ergastolo per aver ucciso il giudice Rosario Livatino il 21 settembre del 1990. Secondo la sentenza, il giudice fu ucciso da un commando mafioso mentre si recava al tribunale di Agrigento perchè “perseguiva le cosche  impedendone l’attività criminale“. Affiancato lungo la strada da un’auto e una motocicletta, Livatino fu costretto ad accostare e freddato da una serie di colpi di arma da fuoco. Un omicidio che era stato preceduto, due anni prima, da quello di  Antonino Saetta Presidente della Prima Sezione della Corte d’Assise d’Appello di Palermo e del figlio Stefano. La stessa sorte che toccherà, di lì a poco e con modalità diverse, anche a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Ora, a vent’anni dall’ergastolo comminato a Giuseppe Montanti, il condannato potrà usufruire per la prima volta di un permesso premio, in conseguenza di alcune sentenze emanate dalla Cassazione nei mesi scorsi secondo cui la cessazione dei rapporti con la criminalità organizzata permetterebbe al recluso di accedere ai benefici riservati, fino a quel momento, solo ai collaboratori di giustizia. Un’altra sentenza della Consulta afferma poi “la non necessità della confessione del reato per ottenere il permesso-premio“. Montanti ha sfruttato le nove ore di permesso a sua disposizione per una serie di incontri e telefonate con amici e familiari.  Già nel giugno dello scorso anno il detenuto aveva ottenuto un permesso premio, la cui istanza era però stata rigettata all’ultimo momento dal Tribunale di Sorveglianza di Venezia, che aveva accolto il reclamo del P.M. sul caso.

Montanti, nei vent’anni di reclusione, non ha mai confessato di aver partecipato all’azione che ha portato alla morte del giudice Livantino, ma ha ripetutamente asserito di aver tagliato qualsiasi rapporto con la mafia.

Una tesi mai del tutto condivisa dalle autorità, visto che in più di un’occasione il Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria  ha sostenuto, l’ultima volta nell’aprile 2019, che il recluso “non ha mai collaborato” e che “non si può escludere l’eventuale ulteriore collegamento con ambienti devianti esterni”. Anche nel gennaio 2020 era arrivato un parere negativo in proposito: in quell’occasione la Questura di Agrigento aveva infatti affermato che la “Stidda“, organizzazione di cui faceva parte Montanti, sia “sul piano organizzativo non del tutto disarticolata e tutt’ora operante nel territorio di Agrigento“.

Il Fatto Quotidiano riporta la reazione alla notizia del giornalista Enzo Gallo, cugino del giudice ucciso e membro dell’associazione “Amici di Livatino“. Secondo Gallo, “La concessione del permesso premio è un suo diritto e, quindi, non c’è nulla da obiettare. In ogni caso, senza voler polemizzare, bisogna avviare una riflessione perché c’è un problema pure di coscienza. Montanti dopo 20 anni passati in carcere con un comportamento pare esemplare può godere di questo premio. Lo prevede la legge e quindi è un suo diritto“, ha spiegato il giornalista. “Per dirla come la vittima, cioè il dottor Rosario Livatino: ‘dura lex, sed lex‘. Però è forse un segnale che di questa concessione di beneficio si stia avendo notizia solo oggi, a meno di una settimana dal trentennale del vile e barbaro omicidio mafioso“, conclude il cugino della vittima.

Fonte: Agi, Il Fatto Quotidiano

 

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