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Marco perse tre litri di sangue e i Ciontoli guardavano. La Procura chiede l’omicidio volontario

ULTIMO AGGIORNAMENTO 14:54
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Per Antonio Ciontoli, principale indagato per l’omicidio di Marco Vannini, il procuratore ha chiesto 14 anni di carcere.

Marco Vannini 16 settembre 2020

E’ uno dei casi di cronaca più complessi e oscuri quello della morte del giovane Marco Vannini, avvenuta il 17 maggio 2015 nella villetta di Ladispoli dove risiedeva la sua fidanzata assieme alla famiglia. Le registrazioni delle telefonate effettuate al 118 dalla casa dove è avvenuta la tragedia dopo le ore 20:00 hanno fatto il giro dei notiziari e dei telegiornali. Ora, il sostituto procuratore del tribunale di Roma Vincenzo Saveriano chiede che sia confermata la condanna a 14 anni di carcere per Antonio Ciontoli, padre della fidanzata di Marco e principale indagato per l’accaduto e chiede che sia mutata in 9 anni e 4 mesi per tutti i presenti in quella casa, vale a dire la moglie Maria Pezzillo ed i figli Federico e e Martina Ciontoli. L’uomo, già condannato in primo grado assieme alla moglie e ai figli che hanno ricevuto pene pari a tre anni per omicidio colposo – ricorda Fanpage – sarebbe responsabile di omicidio volontario, secondo il procuratore e non colposo come aveva stabilito il processo: non tanto per aver materialmente colpito il ragazzo con una pistola, in circostanze mai realmente chiarite ma per aver volutamente ritardato l’arrivo dei soccorsi, temendo le conseguenze di quanto accaduto. Il 51enne, ex membro della Marina Militare, aveva telefonato con colpevole ritardo al 118 sostenendo che Marco Vannini era scivolato nella vasca, ferendosi con un oggetto contundente. All’arrivo dei soccorsi, era ormai troppo tardi per il giovane che l’operatore di turno quella notte aveva sentito chiaramente invocare aiuto tramite la chiamata. Marco aveva perso tre litri di sangue negli interminabili minuti trascorsi tra la prima chiamata e l’arrivo dei paramedici che nulla hanno potuto fare per salvarlo.

La morte di Marco Vannini sarebbe stata dunque causata direttamente dal ritardo dei soccorsi – riferisce Il Corriere della Sera – sulla base del fatto che il capofamiglia ha ritardato volutamente di quasi due ore l’arrivo dell’ambulanza con la complicità di tutti i presenti in casa causando la morte del ragazzo che si poteva salvare. La richiesta del procuratore arriva in seguito alla decisione della Cassazione di indire un processo in appello bis dopo che la Corte di Assise aveva condannato Ciontoli ad un massimo di 5 anni con la seguente motivazione: “La condotta particolarmente odiosa dell’imputato non può trasformare un omicidio colposo in volontario”. Il nuovo procedimento legale in corso potrebbe ribaltare la soluzione e far si che l’omissione di soccorso sia considerata causa primaria del decesso.

Cosa sia successo realmente a Marco Vannini quel 17 maggio non è mai stato realmente chiarito: la versione iniziale della famiglia Ciontoli parlava di un incidente in cui il giovane era scivolato nella vasca, ferendosi con un pettine. Messi alle strette dall’autopsia che aveva rivelato con certezza che ad uccidere il ragazzo era stato un colpo di pistola entrato vicino alla spalla ed uscito dal fianco, gli imputati avevano cambiato versione, raccontando che per uno scherzo Antonio Ciontoli era entrato in bagno mentre il ragazzo faceva una doccia, mostrandogli una pistola da cui era accidentalmente partito il colpo fatale dopo che la perizia balistica aveva trovato tracce di polvere da sparo sugli abiti degli imputati. Tuttavia, l’esatta dinamica dell’accaduto e soprattutto gli ultimi attimi prima della tragedia non sono mai stati ricostruiti nel dettaglio.

Fonte: Fanpage, Il Corriere della Sera

Fanpage, Il Corriere della Sera