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Ilaria Cucchi cavalca di nuovo l’onda; ma il caso di Piacenza non c’entra nulla con Stefano

ULTIMO AGGIORNAMENTO 13:30
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Ilaria Cucchi, sorella di Stefano Cucchi – morto in seguito al pestaggio subito da due carabinieri – ha commentato lʼinchiesta sui militari dellʼArma della stazione di Piacenza.

 

“Non si parli di singole mele marce, i casi stanno diventando troppi”: con queste parole Ilaria Cucchi ha cavalcato nuovamente una triste vicenda di cronaca per rievocare la morte del fratello Stefano, diventata nostro malgrado una dei casi giudiziari più mediatici degli ultimi tempi. Stavolta, il lascia passare per i primi titoli di giornale è stata l’indagine della Procura di Piacenza che ha portato all’arresto di 6 carabinieri accusati di traffico di droga, estorsioni e tortura. “Bisogna andare fino in fondo. Non si facciano sconti a nessuno, come hanno dimostrato magistrati coraggiosi nell’indagine sulla morte di Stefano”, ha proseguito Ilaria.

Ilaria. La sorella che tutti vorremmo. La sorella che lotta, che si impegna per ridare giustizia e dignità a chi porta il suo stesso cognome. Ilaria, che per 10 anni ha insistito affinché la verità sulla morte di Stefano venisse fuori. Ma anche la stessa Ilaria che, prima della tragedia, di Stefano non tesseva le lodi. Ma la morte cambia le carte in tavola, le idee e le opinioni. Così, dopo due anni di udienze, nel novembre scorso, il verdetto di primo grado contro gli imputati nel caso Cucchi – responsabili delle percosse che hanno causato la morte del trentunenne romano – sembra averle dato ragione. Perché, in effetti, Ilaria ha ragione. Ha ragione quando afferma di aver subito un’ingiustizia ed ha anche ragione quando si serve di giornali e media per ottenere consenso che in qualche modo possano favorire la sua causa. E’ ciò che fa, tutti i giorni, Marina Conte. Anche lei, come Ilaria, è vittima di un’ingiustizia ed anche lei impegna tutte le sue energie, tutta la sua voce, tutta la sua forza – con gli occhi distrutti e lo sguardo assente – per cercare di far riposare in pace suo figlio Marco. Eppure, dalla sua bocca, escono sempre parole mirate, specifiche, circoscritte. Mai un attacco generalizzato verso le Forze Armate. Mai un’insistenza su casi che con la morte di Marco Vannini non c’entrano. Nonostante, anche in quel caso, a sparare sia stato qualcuno che indossava la divisa. Marina grida quando c’è da battersi per Marco; sta in silenzio quando stare in silenzio è meglio che parlare.

Ilaria Cucchi, invece, parla sempre. E nessuno pensa sia giusto metterla a tacere, nessuno pensa che la sua causa non sia altrettanto giusta quanto quella presa qui a paragone. Ma c’è un confine sottile, una linea, un punto di raccordo che separa la legittimità di parlare dall’inutilità di farlo: le parole spese in questi anni per Stefano sono state giuste; quelle spese per commentare i fatti di cronaca che hanno visto coinvolti uomini in divisa sono state inutili. Perché l’Arma non è solo i Carabinieri Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo, condannati a 12 anni di carcere. Non è solo gli otto i militari sotto accusa per aver cercato di coprire quanto accaduto la notte della morte del ragazzo. Così come non tutti gli spacciatori sono Stefano Cucchi. E Non tutti i criminali sono buoni e pezzi di pane come il ragazzo oggi passa alla stampa. Non per questo doveva morire laddove doveva essere protetto, certamente. Il carcere dovrebbe rieducare, non ammazzare. Ma il punto è un altro, e cioè che generalizzare non serve. Perché ogni persona è sui generis. Ogni persona che compie errori non trascina necessariamente al suo livello i suoi pari. Ci sono cattivi medici, avvocati corrotti, carabinieri disgraziati. Ci sono anche amministratori di condominio – questo faceva, Ilaria, prima di essere un personaggio pubblico – che magari non sono poi brave persone. Come si sentirebbe, allora, Ilaria, se domani mattina qualcuno cominciasse ad attaccare indistintamente e in maniera totalmente generalizzata la sua categoria? Come si sentirebbe Ilaria se qualcuno pensasse che il suo fidanzamento con l’avvocato non sia stata una mossa tattica per avere agevolazioni? Quando si pensa male di tutti, il rischio è che anche gli altri possano pensar male di noi.

“Il problema è nel sistema”, ha detto Ilaria Cucchi. “Mi vengono in mente i tanti carabinieri del nostro processo che vengono a testimoniare contro i loro superiori e mi chiedo con quale spirito lo facciano” , ha detto ancora Ilaria, si legge su Tgcom24. Vorremmo ricordare ad Ilaria, però, che l’Arma è anche altro. Che ci sono bravi carabinieri, bravi padri, bravi uomini che ogni giorno si alzano e fanno il loro lavoro onestamente. Ci sono ragazzi che giovanissimi indossano la divisa, partono per le missioni, sono lontani dalle loro madri e dai loro padri. Ci sono persone che facendo il proprio dovere muoiono uccise per mano di un Elder e un Hjorth qualsiasi. Ci sono Giudici e uomini di scorta morti per una bomba su un autostrada qualsiasi. Giovanni Falcone non ha nulla a che fare con chi ha ucciso Stefano. Gli uomini della scorta neanche. Mi spiace, Ilaria. Ma il punto sono proprio le mele marce che esistono in qualsiasi sistema. Non per questo tutto il sistema puzza e va a male. Chi ha ucciso Stefano non ha ragione, mai ce l’avrà; e quei due Carabinieri restano assassini e criminali. Ma anche Stefano resta comunque un criminale che, quella sera, era la mela marcia di un sistema.

Chiara Feleppa