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Impiccata alla cordicella della felpa, nel Commissariato di Polizia. Il giudice chiude il caso

ULTIMO AGGIORNAMENTO 14:29
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Sono stati tutti assolti i poliziotti imputati per il suicidio della 32 enne ucraina Alina Bonar Diachuk che si tolse la vita nel 2012 in una stanza del Commissariato di polizia.

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Era il 2012 quando la 32enne ucraina Alina Bonar Diachuk si tolse la vita in una sala controllo del Commissariato di Polizia di Opicina, in provincia di Trieste. La ragazza si impiccò con la cordicella di una felpa mentre era in attesa  di venir rimpatriata al suo Paese. Si trovava da due giorni in quella stanza.  Alina non voleva rientrare in Ucraina, era terrorizzata solo all’idea in quanto temeva ritorsioni da parte di organizzazioni criminali del suo Paese. Questo, probabilmente, è stato il motivo principale che spinse la ragazza a farla finita. I poliziotti furono accusati per sequestro di persona e omicidio colposo.

Ora, dopo otto anni di processi e gogna mediatica – Il Gazzettino – tutti i poliziotti imputati sono stati assolti. Secondo la Corte d’Appello di Trieste “il fatto non costituisce reato“. Già in primo grado i 9 agenti – poi scesi a 8 – erano stati assolti. Ma in quel caso la motivazione fu che “il fatto non sussisteva”.

Il Presidente Nazionale del Sindacato di Polizia, Franco Maccari – riferisce Varese Press –  chiede le bodycam perché – a suo avviso – è ingiusto che agenti, assolti per ben due volte, abbiano dovuto passare anni in balia  dei processi: “Non si possono trascorrere decenni alla sbarra. Chi restituirà anni di vita e dignità ai miei colleghi?” Maccari sottolinea che gli agenti ingiustamente accusati hanno dovuto sostenere le spese legali durante questi otto anni e sono stati vittime di pregiudizi. Pertanto – a suo dire – l’unica soluzione sono le telecamere: “Occorre dotarci di telecamere. Solo in questo modo potremo portare prove certe ed evitare anni di linciaggio mediatico e giudiziario“.

Intorno alla morte di Alina i punti interrogativi sono stati tanti in questi anni.  Come spiegava Il Fatto Quotidiano, il primo punto che spinse la Procura ad aprire un’indagine era il perché Alina si trovasse presso il Commissariato di Polizia. La donna – scarcerata dopo il patteggiamento – si sarebbe dovuta trovare nel Centro d’identificazione ed espulsione di Bologna. Inoltre sulla cella in cui si trovava rinchiusa vigilava una telecamera. Ma, ciò nonostante, nessuno si rese conto di quello che Alina stava facendo.

 

Fonte: Il Gazzettino, Varese Press, Il Fatto Quotidiano