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“Isolamento, paura e problemi d’igiene. Se non siete stati rapiti non potere giudicare Silvia Romano”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 9:51
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Selvaggia Lucarelli prende le difese di Silvia Romano, la cooperante della onlus Africa Milele sotto sequestro per 18 mesi dei terroristi di Al Shabaab. 

Silvia Romano rapimento - Leggilo.org

 

“Spesso i sequestrati, in seguito alla liberazione, hanno pudore di raccontare, e se ci riescono lo fanno in modo intimo e personale”. Sono queste le parole di Selvaggia Lucarelli su Tpi, arrivate in difesa di Silvia Romano, la cooperante della Onlus Africa Milele rapita in Kenia per più di 18 mesi e rimasta nelle mani dei terroristi di Al shabaab. Il trauma si affronta in modo soggettivo e varia da persona a persona, dice la giornalista. Di conseguenza, non possiamo sapere se Silvia sia davvero stata trattata bene; se la conversione sia stata un obbligo o un conforto, “non sappiamo se dorme la notte, quale e quanti strascichi l’esperienza le abbia lasciato e le lascerà“, ha proseguito la Lucarelli.

Seguendo uno studio su 24 ex sequestrati portato avanti dalla Clinica Psichiatrica del Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell’Università di Padova, la Lucarelli ha elencato altri casi simili a quelli della Romano. Carlo Celadon – rapito a 19 anni nel 1988 a Arzignano – racconta di essere stato chiuso in un bagagliaio per 17 ore e di essere stato costretto ad urinarsi addosso. Oltre ad aver subito violenze fisiche due volte – una a causa del pianto e l’altra in seguito ad una preghiera – doveva “chiedere il permesso per ogni cosa e […] espletare le sue necessità fisiologiche davanti al loro”. Selvaggia, nel suo editoriale, ha spiegato come la questione igienica sia un problema raccontato da tutti i prigionieri e che si aggrava maggiormente nel caso delle donne per colpa del ciclo mestruale: Barbara Schild – rapita  in Sardegna nel 1980 con la figlia – confessa che uno dei carcerieri, soprannominato il “Vivandiere”, gli consegnò una volta una busta piena di assorbenti.

Un’altra vittima, che ha chiesto di rimanere anonima, ha rivelato di aver sofferto di sintomi dissociativi durante la prigionia: “A volte mi capitava di concentrarmi a tal punto che riuscivo a sentire e a vedere le cose come se fossero reali”. Nella maggior parte dei casi si finisce per sviluppare la “sindrome di Stoccolma” nei confronti dei propri carcerieri, come avvenuto ad Alessandra Sgarella – rapita nel 1997 per 9 mesi – che ricorda una situazione pesante, affrontata con tecniche di sopravvivenza. “Durante la prigionia si rimuove ogni forma di critica, cadono i ruoli, non li vedi come banditi, ma come persone”, ha raccontato la ragazza. Infine Lucarelli ha ricordato la dichiarazione del cantautore Fabrizio De Andrè in merito ai suoi rapitori:  “Ho perdonato loro perché, potendoci fare del male, hanno scelto di trattarci bene.”

Dunque, sottolinea la giornalista, bisogna “leggere queste testimonianze prima di giudicare”. Come spesso accade il ritorno a casa non segna la fine di un evento traumatico ma ne costituisce solo l’inizio: i prigionieri si trovano a dover fare i conti con una normalità a cui non sono più abituati, oltre ai ricordi che difficilmente li abbandonano. Nel fiume delle critiche piovute addosso alla ragazza, c’è però anche chi la difende. “Chiunque abbia da speculare su Silvia Romano dovrebbe trovarsi a 23 anni rapito in Kenya, essere trasportati nella foresta bendati, passati in quattro rifugi consecutivi con guardiani armati”, ha detto il Presidente Giuseppe Conte nell’ultima conferenza stampaNel frattempo, cominciano le prime supposizioni su come sia avvenuta la conversione della giovane, riporta Repubblica.

La ragazza ha pubblicato sul proprio profilo social un passaggio del Corano che invita alla riconciliazione:  “Non sono certo uguali la cattiva azione e quella buona Respingi quella con qualcosa che sia migliore: colui dal quale ti divideva l’inimicizia, diventerà un amico affettuoso. Ricevono questa facoltà solo coloro che pazientemente perseverano, ciò accade solo a chi già possiede un dono immenso“.

Molti invitano a ritenere il suo cambio di fede come una situazione dettata dal suo stato di prigionia. “Grande rispetto per ciò che Silvia Romano ha vissuto e per ogni sua decisione”, dice don Enrico Parazzoli, parroco di Casoretto, quartiere di Milano dove vivono i genitori della giovane cooperante: “Nessuno di noi sa cosa significhi essere rapiti, essere in una costrizione psicologica.” 

 

Simona Contaldi

Fonte: Tpi, Repubblica