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Coronavirus, 195 morti in 24 ore, ma la fine è lontana: il vaccino non sarà pronto il prossimo anno

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:51
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Il Coronavirus fa meno paura, in questi giorni, dopo che la curva dei contagi nel nostro Paese sembra essersi stabilizzata e dopo che le terapie intensive si sono piano piano svuotate. Tuttavia, ciò che potrà farci tirare un sospiro di sollievo è solo il vaccino. Vaccino che, comunque, è ancora lontano. 

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I dati della Protezione Civile di oggi ci informano che il numero totale di attualmente positivi è di 78.457, – 2.809 rispetto a ieri. Da ieri contiamo +195 deceduti che portano il totale a 31.106. Mentre il numero complessivo dei dimessi e guariti sale invece a 112.541, + 3.502 persone rispetto a ieri.
Tra gli attualmente positivi, 893 sono in cura presso le terapie intensive, con una decrescita di 59 pazienti rispetto a ieri.Le persone ricoverate con sintomi scendono a 12.172 persone sono ricoverate con sintomi, – 693 pazienti di ieri.L’ 83% degli attualmente positivi, sono in isolamento senza sintomi o con sintomi lievi.

Ad oggi il totale delle persone che hanno contratto il virus è 222.104 , + 888 di ieri. Nelle ultime ventiquattro ore sono stati effettuati + 61.973 tamponi che portano il totale a 2.735.628. E sono stati testati 37.049 nuovi soggetti, per un totale di 1.778.952 unità.

 

Il vaccino? E’ un problema

E nonostante il progressivo calo dei contagi, l’unica soluzione definitiva per uscire da questo incubo sarà il vaccino. Ed è una corsa contro il tempo, quella che gli scienziati hanno intrapreso per trovare un vaccino al Covid-19. Il direttore generale aggiunto dell’Oms e componente del Comitato tecnico-scientifico sull’emergenza Coronavirus, Ranieri Guerra ha frenato gli entusiasmi affermando che il lieto fine, in effetti, ci sarà solo quando si avrà un vaccino. Secondo quanto riferito da Adnkronos, questo potrebbe arrivare entro i primi mesi del 2021. Non sembra più ottimista Nicola Magrini – direttore generale dell’Agenzia italiana del farmaco. Su Il Tempo, infatti, non si è lasciato andare a previsioni ottimistiche: “Il processo per la scoperta di un farmaco e la sua validazione è lungo; di solito, se il farmaco è nuovo, è di almeno un paio d’anni”. Nonostante ciò, a far ben sperare sono i tanti esperimenti in corso in questi giorni. Il primo farmaco anti-Covid, messo a punto dall’americano e scienziato Ralph Baric, è infatti entrato nella fase di sperimentazione. Vi sono poi altre proposte sui farmaci già in circolazione, che secondo Mangrini hanno avuto “risultati promettenti, da confermare nell’arco di tre settimane”. In assenza di un vaccino, quindi, serviranno precauzioni per condurre una vita semi-normale.

Sul Corriere della Sera, si apprende che gli esperti sarebbero a lavoro su un centinaio di progetti. “Non sappiamo se e quale candidato arriverà al risultato sperato“, afferma Sergio Abrignani, immunologo e ordinario di Patologia Statale di Milano. L’esperto ha spiegato che ci vogliono dai cinque ai dieci anni, con una media di otto, per arrivare in farmacia con un vaccino. Inoltre, prima di diffonderlo in tutto il mondo, si dovrà essere sicuri che sia efficace e che abbia una durata positiva. Il motivo di questa lunga tempistica è semplice e a spiegarlo è Roben van Exan, biologo cellulare che ha lavorato nel settore dei vaccini per decenni. Prima di somministrare un vaccino vengono sempre fatti molti controlli. Si inizia col sottoporlo ad alcune centinaia di persone, poi a migliaia e così via, fino a quando non viene dichiarato idoneo dagli Enti Sanitari. Accelerare i passaggi solo perché in tempi di emergenza sarebbe controproducente.

Piano B: se nessun vaccino verrà mai sviluppato

Mentre l’attenzione di tutto il mondo è concentrata sulla produzione di un vaccino, comincia a diventare sempre più concreta l’eventualità di un piano B. Un piano  nel caso in cui non venga trovato un vaccino, come già accaduto per l’HIV, diventata ormai solo una malattia cronica grazie agli antivirali. L’obiettivo è di convivere con la malattia senza più il rischio di morte. Esempi di cure che si stanno testando per il Covid-19 sono: il Remndesivir, farmaco anti-Ebola; i trattamenti con il plasma delle persone guarite; la clorochina, utile nelle prime fasi della malattia. Le restanti terapie analizzate risultano invece poco efficaci o con troppi effetti collaterali. Così ottiene sempre più spazio l’idea di un inverno con lo spettro del Coronavirus. Amesh Adalja del Johns Hopkins University Center for Health Security ha dichiarato: “L’ottobre 2020 non somiglierà per niente all’ottobre 2019.”

Simona Contaldi

Fonte: Il Tempo, Adnkronos, Corriere della Sera, Protezione Civile