Il contagio non si ferma. La virologa Ilaria Capua: “Le stime sul Coronavirus sono tutte sbagliate”

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Secondo la virologa Ilaria Capua, uno degli esperti più attivi in questi giorni nell’analisi dell’epidemia da Covid-19, le stime sull’andamento della malattia nel mondo andrebbero riviste.

Ilaria Capua - Leggilo.org

 

Alla data del 19 aprile sono risultari complessivamente 108.257 i malati di Coronavirus in Italia, con un incremento di 486 rispetto al giorno precedente quando l’aumento era stato di 809. L’aumento al netto dei guariti e dei decessi oggi è di 3042. Tra sabato e domenica  nessuna regione ha registrato 0 casi. Da quando l’emergenza è iniziata i contagiati, secondo le statistiche ufficiali, sarebbero 178.8972.

Un virus che si conosce da poco, un mare di incertezze, un vaccino che non c’è. Lo scenario prospettato dalla virologa Ilaria Capua non sembra rassicurare per nulla circa l’andamento dell’epidemia da Covid-19. Sono infatti tantissime, dal punto di vista medico, le cose che non sappiamo e su cui molti si interrogano. Ma la scienza ha tempi lunghi per arrivare a stabilire le sue certezze e, attualmente, questa certezza non esiste. Secondo la virologa, non è possibile stabilire quanto l’infezione abbia circolato in Italia, perché i campionamenti non sono rappresentativi e le procedure non armonizzate. “Quindi ogni stima è soltanto una stima e come tale intrinsecamente sbagliata. Bisogna solo capire di quanto”, ha affermato in un’intervista al Corriere della Sera. Non è del resto la prima a dirlo. Anche Massimo Galli, direttore del Dipartimento di Malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, commentando ad “Agorà“, su RaiTre, ha affermato che i contagiati sono molti di più di quelli registrati ufficialmente. E lo stesso capo della Protezione civile Angelo Borrelli, ha affermato che il numero reale dei contagiati è 10 volte superiore.

Secondo Ilaria Capua, il distanziamento fisico e le misure di igiene personale e pubblica stanno comunque avendo i loro effetti, aiutando ad appiattire la curva e quindi a ridurre la velocità del contagio. “Ma una curva più piatta non significa blocco della diffusione virale, significa riduzione della circolazione virale”, chiarisce l’esperta secondo cui è chiaro che il virus continuerà a circolare in maniera visibile, provocando casi clinici, fino a quando non si stabilirà l’immunità di gregge, naturale o da vaccinazione. Ma il vaccino è per ora lontano. E, inoltre, i dati su cui fare affidamento sono ancora pochi. E’ ormai quasi certo che le persone anziane e con altre patologie sono più a rischio e potrebbero sviluppare una forma grave della malattia che potrebbe portare alla morte. Più sicuri sono invece i bambini, in cui il passaggio virale è asintomatico. Quasi certo, ma non del tutto, che le donne hanno un rischio inferiore ai coetanei maschi di sviluppare una forma grave della malattia.

Da alcuni dati sembrerebbe eclatante da altri meno”, spiega Ilaria Capua, “ma io mi azzardo a dire che le donne hanno probabilmente un rischio uguale o inferiore di morire o di sviluppare una malattia grave rispetto agli uomini”.  Di conseguenza, il ripopolamento basato almeno sulla parità di genere avrebbe senso. Quanto ai farmaci e ai protocolli terapeutici innovativi, ci vuole tempo. Non si arriverà ad una commercializzazione nelle farmacie, ma piuttosto i farmaci verranno usati per i pazienti ricoverati. Mentre il vaccino di certo non sarà disponibile almeno fino alla fine dell’anno.

Una situazione di incertezza sull’incertezza. Bisogna saper adattare ciò che sappiamo sulla prevenzione del Covid-19 alla nostra vita quotidiana. L’obiettivo prioritario del Paese, perseguibile attraverso i gesti di ciascuno di noi, deve essere quello di far tornare gli ospedali a regimi gestibili. “Non possiamo permetterci – afferma Capua – un’altra catastrofe con le bare nelle palestre e i morti che non si riescono più a contare”. Si dovrà insomma ripensare ai nostri regimi organizzativi e all’intrattenimento. Bisognerà rivedere le nostre uscite, il nostro modo di organizzare il tempo libero. “Saremo noi che dovremo adattarci al coronavirus e non il contrario”, conclude la virologa.

“Bisogna pensare a ciò che accadrà dopo”

Idee ribadite anche in un’intervista a Fondazione Leonardo. La direttrice dell'”One Health Center of Excellence” dell’Università della Florida, ha invitato a pensare a ciò che accadrà quando l’emergenza sarà terminata, e a non fossilizzarsi sui numeri dei contagi. Il Covid-19 non scomparirà affatto, ma continuerà a circolare sotto traccia, senza dare grandi sintomi. “Quando partiranno i test sierologici e avremo un’indicazione sulla positività della popolazione al Coronavirus, a quel punto potremo iniziare a pensare a come tornare alla normalità”, afferma l’esperta.

Già a febbraio, quando l’infezione era più controllata, la scienziata aveva lanciato l’allarme sul numero dei contagi che avrebbe potuto essere molto più alto di quello riferito dalle stime. “Distraiamoci da questa pesantezza, paura, frustrazione e inadeguatezza che hanno caratterizzato questi due mesi e pensiamo a come immaginiamo il dopo. Perché il virus porterà con sé grandi trasformazioni”, ha ribadito la virologa secondo cui, ad oggi, l’emergenza sta in questo: pensare ad una fase di convivenza con il virus in attesa di un vaccino. Il ritorno alla normalità non escluderà altri casi gravi o altri episodi di circolazione del virus nelle comunità, per esempio come le case di riposo. Una nota positiva potrebbe arrivare dagli ospedali che potrebbero uscire arricchiti da questa esperienza.

In futuro, infatti, i medici potrebbero essere più preparati e le cure potrebbero essere più efficienti.  il rischio di morire sarà quindi ridotto, se preso in tempo e curato per bene. Con i test sierologici si saprà la reale portata di questo virus. Il punto di arrivo non è impedire a Covid di circolare, ma appiattire la sua curva affinché si ammalino meno persone. “Appiattire la curva significa prolungare nel tempo i casi di infezione. Ma a quel punto i nuovi malati saranno gestiti dagli ospedali che, appunto, funzioneranno”, ha concluso.

Fonte: Corriere, Repubblica, Fondazione Leonardo

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