L’intesa dell’Eurogruppo, riunitosi ieri, ha come punto il MES, il Meccanismo europeo di stabilità a cui, quasi certamente, si farà ricorso per trovare i fondi a sostegno di un’economia ormai al tracollo. Ma quali sono le conseguenze del MES? 

Ursula von der leyen mes - Leggilo

“Il rischio è che la crisi del Covid-19 potrebbe diventare una crisi politica dell’Intera Unione”. Le parole di Iratxe Garcia Perez, leader dei Socialisti e dei democratici al Parlamento europeo, sembrano inquadrare perfettamente la situazione che accade in Europa. Non c’è infatti ad oggi una solida risposta europea alla crisi, basata sulla solidarietà. Anzi, più che inclusione, c’è un muro. A dimostrarlo, la riunione dell’Eurogruppo di ieri pomeriggio, durata 14 ore e conclusasi con un nulla di fatto. Rimandata a domani, il fallimento dell’incontro tenutosi in videoconferenza è l’ennesima dimostrazione che l’Europa scricchiola, e non poco.

C’è chi, dall’Italia, ipotizza un’“italiexit” quando la crisi sarà finita, a memoria della Brexit. Il ricorso al MES per trovare i soldi necessari a salvare l’Italia e altri Paesi sembra scontato. Ma ad accendere la crisi sono le condizioni che tale ricorso richiederebbe. Infatti, una volta arrivati i prestiti dal MES, il problema è capire in che modo potremo ripagare i debiti. Un piano di riforme che comprende – spiega Il Sole24ore – aumento tasse, IVA, privatizzazioni e diminuzione di bonus e agevolazioni. Il Meccanismo Europeo di Stabilità è uno strumento che sarà mobilitato per elargire delle linee di credito di importo massimo pari al 2% del PIL dell’Eurozona, che a fine 2019 ammontava a 11.905 miliardi di euro. Il ricorso al MES, come una partita a scacchi, apre le porte alla Banca Centrale Europea affinché proceda con un massiccio acquisto di titoli di Stato dei Paesi membri attraverso le OMT, Outright Monetary Transactions.

Nella sostanza, l’arrivo del MES in Italia significa 39 miliardi di euro circa per poter sostenere la nostra economia, la cui liquidità andrà in sostegno del sistema sanitario e di quelle aree maggiormente fatte a pezzi dall’epidemia. Il debito dovrà essere estinto entro massimo 10 anni. Le condizioni di accesso saranno uguali per tutti o, possibilmente, addirittura annullate. Ma questi soldi, prima o poi, andranno restituiti. E infatti il problema è il poi.

Conseguenze

E il problema è proprio questo, il dopo. Come spiega l’Istituto per gli studi di politica internazionali – l’Ispi – il MES può imporre un programma ai fini di raggiungere tale scopo, contenente riforme, possibili privatizzazioni, aumenti delle tasse e molto altro. Praticamente, un via libera all’Europa che può decidere tempi e mezzi per riavere indietro i suoi soldi. Guardando al piano di salvataggio della Grecia avviato nel 2015 – ricorda il sito del Consiglio Europeo –  i creditori erano BCE, FMI e Commissione UE. Quindi non il MES in sé, ma qualcosa di simile. Le condizioni furono le seguenti: aumento delle tasse sulle società di spedizione; tutta l’IVA al 23%, anche su servizi come ristorazione e catering; eliminazione della pensione di solidarietà; taglio di 300 milioni di euro della spesa militare; privatizzazione dei porti e vendita della partecipazione della società di telecomunicazione OTE.

Misure che l’Italia non vuole. Ma certamente una via per pagare i debiti deve essere trovata. Secondo il Trattato UE, sono la Commissione e i rappresentanti dei Governi membri ad essere i responsabili del controllo post-programma dei Paesi che ricevono tali aiuti. L’Italia, in sostanza, non avrà voce in capitolo e diventa serva e schiava dell’Europa che ha tutte le intenzioni di lasciarla serva che schiava. “Se un Paese dovesse mancare un pagamento programmato, potrebbe mettere in discussione la capacità del MES di agire in una crisi futura influenzando la capacità finanziaria e l’affidabilità creditizia”, è la motivazione del MES. Ma agli occhi di tutti è chiaro che il Meccanismo salva stati è una vendita di se stessi, della propria autonomia, della propria autorità. La domanda è, allora: c’è altra via? C’è altra soluzione? Più che essere schiavi, dicono quanti vogliono l’Italia fuori dall’UE, meglio essere soli. Ma c’è anche da considerare un altro lato, amaro, della medaglia: bisogna anche capire dove, e come, l’Italia potrebbe camminare con le sue gambe, viste le conseguenze disastrose che ci sono piombate addosso a seguito della diffusione dell’epidemia.

E in effetti, a sentire Giuseppe Conte parlare di cifre che sembrano immense – “una potenza di fuoco” dice lui -, una domanda viene da farsela. Da dove prenderemo tutti questi soldi? Ed è a questo punto che si accende una luce: il MES. Che certo apre una speranza, ma rimane un salto nel vuoto. Come a lanciarsi da un palazzo sperando di restare vivi, più o meno. Per individuare eventuali problemi con il rimborso del debito da parte di un Paese, il MES tiene costantemente traccia delle scadenze di interessi, commissioni e rimborsi principali con almeno 12 mesi di anticipo. Inoltre, analizza con un anno di anticipo il bilancio dello Stato e le prospettive di crescita economica. Se la Commissione incaricata di valutare i rischi interni al MES dovesse determinare che possano esserci dei dubbi sulla capacità di ripagare il debito da parte dell’Italia o di altro Paese che ne farà richiesta, il Meccanismo consulta la Commissione UE e la BCE per valutare la situazione e le sue potenziali conseguenze in modo più approfondito.

L’Italia come la Grecia

Nel dettaglio, ad oggi, non sappiamo di che morte moriremo. Ma sempre guardando alla Grecia, il timore è di rivivere l’incubo greco. Uno dei primi colpi, ricordava Repubblica un po’ di tempo fa, fu dato alla pubblica amministrazione, per ridurne drasticamente il costo per il bilancio statale. Circa 30mila lavoratori subirono un taglio dello stipendio del 40% per 12 mesi. Nel corso di un anno, questi lavoratori avrebbero dovuto trovare un lavoro diverso nel pubblico impiego, pena la disoccupazione. Stesso destino che toccò a 120 mila dipendenti pubblici greci entro il 2015. La seconda misura fu un taglio secco del 20% su tutte le pensioni superiori a 1.200 euro lordi al mese, il primo di dieci tagli in cinque anni, accompagnato dall’abolizione della tredicesima per tutti gli assegni erogati dallo Stato, stipendi e pensioni.

Venne inoltre introdotta una patrimoniale annua su tutte le case, compresa la prima, pari a 10 euro al metro quadro. Provvedimento che ha costretto molte famiglie greche, rimaste senza stipendio, a vendere la casa per quattro soldi, a causa del crollo inevitabile del mercato immobiliare. Infine, ci fu la privatizzazione di tutti i servizi pubblici essenziali, comprese le infrastrutture strategiche a pagamento, come porti, aeroporti, ferrovie e autostrade. Tutto questo, in cambio di 250 miliardi.

Per questo motivo, molti dicono no al Mes scontrandosi con gli economisti, secondo cui l’Italia non ha le risorse sufficienti per affrontare i contraccolpi della crisi. Ma, a detta di molti, il Mes è una disgrazia, una condanna per se stessi e per le generazioni future. Le riforme strutturali previste in cambio del prestito, impediscono al Paese in difficoltà di riprendersi con le proprie forze. In Italia la sua attivazione porterebbe al taglio degli stipendi, delle pensioni, alla sanità, agli investimenti e la cancellazione del reddito di cittadinanza. Tra l’altro, il Mes è un trattato ratificato da più di 15 anni e non esistono spazi di interpretazione. Insomma, se si accede al Mes, non c’è via di uscita.

Chiara Feleppa

Fonte: Il Sole 24 ore, Repubblica, Ispi

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