Home Cronaca Coronavirus, le conseguenze dell’incoscienza potrebbero essere catastrofiche

Coronavirus, le conseguenze dell’incoscienza potrebbero essere catastrofiche

ULTIMO AGGIORNAMENTO 17:36
CONDIVIDI

La notizia della chiusura della Lombardia, con isolamento dei mezzi di trasporto, ha spinto centinaia di persone a cercare il primo treno utile per tornare verso casa, lontano da Milano. Per alcuni un gesto dettato da paura, per altri da incoscienza. Di fatto, l’esodo potrebbe portare, nei prossimi giorni, a conseguenze catastrofiche in tutto il Paese e specie nelle regioni meridionali, dove l’allarme Coronavirus sembra essere stato, fino ad ora, maggiormente sotto controllo. 

coronavirus stazione Milano - Leggilo

“Sono partiti prima della mezzanotte. Nonostante le gride che proibivano di lasciare la città e minacciavano le solite pene severissime, come la confisca delle case e di tutti i patrimoni, furono molti i nobili che fuggirono da Milano per andarsi a rifugiare nei loro possedimenti in campagna”. Scriveva così, Alessandro Manzoni, nel capitolo XVI de “I Promessi Sposi“. Allora era il 1827, ma il celebre scrittore parlava della peste che colpì la popolazione nel 1630. L’epidemia si diffuse – tra l’altro – in diverse zone dell’Italia settentrionale e il Ducato di Milano fu uno degli Stati più gravemente colpiti. Sono trascorsi decenni, eppure la situazione che ci troviamo a dover fronteggiare in questi giorni non sembra essere dissimile da quella di allora.

Così come a quel tempo, scrive Manzoni, la gente partiva per raggiungere le proprie terre d’origine, anche la scorsa notte le persone si sono riversate nelle stazioni di Milano per tornare a casa. Certo, nel 1600 non c’erano i treni; ma a parte la dimensione tecnologica e mediatica che invade e impatta sulla socialità, di differenze tra il tempo di ora e il tempo di allora ne restano poche. Il tempo sembra annullarsi, dinanzi alle stragi e alle catastrofi; sembra girare su se stesso in modo ciclico e continuo. E anche lo spazio sembra non esserci più. In una situazione di crisi – com’è quella aperta dall’epidemia da Coronavirus – tutto il nostro presente sembra portarci indietro al passato.

Le nostre aspirazioni di benessere, il nostro modo di vivere, il nostro ritmo quotidiano hanno subito una battuta d’arresto. A guardarci – spaventati, impauriti e timorosi – sembriamo essere davvero tornati indietro. Ci hanno tolto le cose più semplici, come uscire, fare la spesa, portare i figli a scuola. Ci hanno messo davanti quelle più banali: lavarsi le mani, stare a distanza, non muoversi. E’ vero, siamo nel 2020. Disponiamo di tecnologie, mezzi e strumenti avanzati; la sanità ha fatto passi avanti; l’igiene e la pulizia anche. Eppure, l’idea di avere tutto sotto controllo è null’altro che un’illusione. Cosa rimane, dell’innovazione, quando il sistema va in tilt? Cosa rimane, del progresso, quando c’è un cortocircuito nell’economia, nella società, nella quotidianità? Cosa rimane, quando i bambini non vanno a scuola, quando non si lavora, quando non si può uscire? Che distanza c’è, se c’è, tra la peste del Seicento e il Coronavirus degli anni 2000?

In fuga da Milano

Alle voci confuse e ammassate di medici, virologi, personale sanitario, si sommano le voci confuse di politici che, dal punto di vista burocratico, dovrebbero gestire la situazione. Anche solo idealmente – visto che, nella pratica, non c’è giudice in situazioni del genere – chi è al comando dovrebbe sfoggiare sicurezza e decisione. Dimostrare di saper tenere a bada la situazione. Imporsi. Usare pugno duro. E invece, accade che un Decreto solo in bozza – in cui si discutevano le misure da attuare e, tra queste, il divieto d’accesso e di uscita dalla zona rossa – abbia fatto il giro del web prima ancora della sua attuazione definitiva, spingendo i giovani, in allarme, a fare i bagagli e partire.

In questo modo, si è corso il rischio di aumentare esponenzialmente le probabilità di contagio; di portare ipoteticamente il virus in regioni in cui questo è diffuso, ma sotto controllo; di mettere a repentaglio la salute di tutti, compresi parenti, amici e persone a noi care. Le conseguenze si valuteranno nei prossimi giorni. Ma il problema, quello reale, è che nessuno sembra aver capito che siamo tutti sulla stessa barca. C’è chi, nel mare in tempesta, fugge credendo di essere immune. Credendo di poter essere più forte. Un esodo, una fuga, una rincorsa verso la salvezza. Oppure, solo un salto nel vuoto dal sapore di incoscienza.

Incoscienza o paura? 

Tra le disposizioni fornite dal Ministero della Salute e reperibili sul sito ufficiale, c’è quella di restare a casa se si proviene da zone rosse, e di limitare gli spostamenti su tutto il territorio nazionale. Chi non rispetta quanto stabilito dal nuovo Decreto, sarà punibile con una sanzione e con una reclusione fino a 3 mesi. Ma c’è davvero bisogno di questo? C’è davvero bisogno di punizioni e bacchette per invitare i cittadini a fare ciò che dovrebbero fare autonomamente? Ovvero, utilizzare un briciolo di buon senso, una punta di senso civico che dovrebbe appartenere tutti. Ovvero, mettere da parte i propri interessi, i propri bisogni, per rispondere ad uno più grande: quello dell’umanità.

Perché lì fuori, fuori dalle mura di casa nostra, fuori dal mondo del web, fuori dai post ironici che alleggeriscono la faccenda, c’è l’umanità che lotta. Ci sono medici, infermieri, personale sanitario che combattono, a turni stremanti e ritmi massacranti, per far sì che l’umanità non si spenga. Perché se è vero – dice Agi – che l’Italia è seconda per numero di contagi, il resto del mondo non rischia meno. Lì fuori, c’è una morte che si espande a velocità lampo. Ci sono i reparti di terapia intensiva senza posti letto, malati costretti ad essere trasferiti per far posto ai nuovi. Certo, c’è chi del virus ha beccato la sua forma lieve. Ma c’è anche chi è morto. Certo, con altre patologie. Ma comunque a causa – anche – del Coronavirus.

E se è vero che solo una piccola parte della popolazione muore, se è vero che solo la parte più anziana della popolazione muore, non è anche vero che è comunque contro la morte che ci troviamo a fare i conti? Non è vero, dunque, che tutti gli uomini, tutte le persone del mondo, devono mettere da parte le proprie battaglie personali per rispondere all’emergenza di tutti? E in un mondo dove il domani non è più certezza, dove ieri è un altro giorno in cui si sommano morti a malati, tutto ciò che rimane è l’oggi. E oggi, state a casa. Abbiate cura di voi, di chi vi è accanto, di ciò che potrebbe accadere ad ogni vostra singola mossa. Oggi, abbiate un pensiero per questa vita che ci lascia sperare – quando uno guarisce – che ci sia ancora speranza.

Tornerà la normalità, forse. Si tornerà a parlare d’altro. Di politica, di cronaca e di spettacolo. Ma, oggi, non si possono chiudere gli occhi. Bisogna tenerli bene aperti, spalancati. Bisogna essere attenti a tutto ciò che accade. E, soprattutto, bisogna star bene attenti a ciò che possiamo fare, a ciò che facciamo, e a come lo facciamo. C’è forse un senso, quando dicono che siamo cittadini del mondo. Il senso è nelle ore di questi giorni. E’ nella responsabilità che sentiamo addosso quando ci guardiamo intorno e vediamo i confini del nostro mondo farsi sempre più sottili. La Cina non è mai stata così vicina di quanto lo sia ora. E noi, tutti noi, non siamo mai stati così importanti di quanto potremmo essere se, tutti quanti, ci impegnassimo nel fare ciascuno il proprio meglio.

Chiara Feleppa

Fonte: Agi, Ministero della Salute

La completezza dell'Informazione è nell'interesse di tutti. Per questo ti chiediamo di suggerire integrazioni o modifiche e di segnalare eventuali inesattezze o errori in questo o in altri articoli di Leggilo.Org scrivendoci al seguente indirizzo: [email protected]

Se hai idee diverse dalle nostre puoi contribuire ai contenuti di questa pagina scrivendo per 'ControLeggilo' una rubrica dedicata alle tue opinioni. I contributi migliori saranno pubblicati. Scrivici al seguente indirizzo: [email protected]