A giugno 2019 si è conclusa con esito positivo per le forze dell’ordine la c.d ‘Operazione Maman’. Le Fiamme Gialle, sotto l’egida della D.D.A palermitana, hanno portato a termine l’indagine che ha consentito di smantellare un’organizzazione criminale operante fra Nigeria-Libia-Italia.

Operazione Maman-Leggilo.Org

Come già accennato in altri articoli inerenti alla mafia nigeriana, le giovani donne vengono condotte in Italia con la promessa di un lavoro e vita migliori ma, una volta giunte, vivono in uno stato psicofisico alterato a causa delle violenze fisiche e psicologiche che subiscono. Il credito che le maman vantavano di avere verso queste ragazze va dai 30 ai 60 mila euro.

È stato accertato che le ragazze, una volta giunte nella penisola e accompagnate nei centri di prima accoglienza in Sicilia, venivano successivamente avviate alla prostituzione.L’obbligo di riscattare progressivamente la somma concordata per riottenere la libertà ed evitare conseguenze lesive per loro ed i propri familiari in Nigeria- riporta Skytg24– rendeva le vittime psicologicamente influenzabili. Tale sistema prende il nome di “debt bondage”. Nella maggior parte dei casi, poi, il debito continua ad aumentare:  dai costi  non pattuiti  per il posto letto, vestiario, cibo al costo per potersi prostituire in una determinata zona (in gergo detto “joint”).  In quemadame di ricevere velocemente il plusvalore dell’investimento effettuato con l’acquisto delle donne e di reinvestire nuovamente il capitale, attraverso anche un ricambio continuo di ragazze ampliando cosi il proprio raggio di azione».

I soggetti criminali coinvolti concorrevano in piena condivisione d’intenti nel reclutamento delle giovani in Nigeria. Dal Nord Africa giungevano sino alle spiagge libiche in cui sono tutt’oggi presenti consolidati canali di migrazione illegale. Condotte in Italia, venivano consegnate al capo dell’associazione (una donna di etnia nigeriana, T.E. di anni 35, residente a Palermo). A Palermo e zone limitrofe, la “maman” le avviava forzatamente alla prostituzione, spesso con minacce di morte e percosse, e questo anche grazie al contributo di due residenti in Campania e Lombardia, G.P. di anni 26 e G.S. di anni 29. Inoltre riporta Il Giornale di Sicilia, la donna aveva anche il consapevole sostegno di un cittadino italiano di 78 anni che, con la propria auto, collocava le vittime presso i luoghi di prostituzione. Ma, il ruolo del settantottenne era anche di sorvegliare la zona ed avvertire in caso di arrivo delle Forze dell’Ordine.

Ovviamente i proventi di questo business immorale ed illegale sono destinati alla madre patria; infatti, il sistema lucroso di trasferimento di denaro all’estero denominato hawala, è stato messo in luce grazie a questa operazione, che ha consentito di individuare ulteriori soggetti nigeriani residenti a Palermo, che seppur denunciati, erano ancora a piede libero.

È evidente che sottovalutare il fenomeno è particolarmente rischioso: giovani italiane con dipendenze da sostanze stupefacenti sono adescate e coinvolte nel giro di prostituzione di questi ‘culti’, ed inoltre i clan nigeriani perpetrano sul territorio europeo quelle guerre violente e sanguinose fra clan. Purtroppo, come sostiene il prof. Vincenzo Musacchio- direttore scientifico dell’Osservatorio Regionale Antimafia del Molise‘Cosa Nostra in questo periodo collabora con la mafia nigeriana, creando un circuito criminale chiuso in cui molti migranti restano intrappolati’.

Una trappola infatti appare l’art. 18 del Decreto Legislativo n. 286/1998 che consente alle donne vittime di tratta di poter ottenere un permesso di soggiorno per motivi umanitari sia una possibile via di fuga; purtroppo molti criminali si sono avvalsi della vaghezza interpretativa della dicitura “gravi motivi umanitari”, per entrare in Italia e perseguire quanto iniziato in Nigeria. 

Fonti: Skytg24, Il Giornale di Sicilia

 

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