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Ecco cosa avvicina il terrorismo alla mafia nigeriana-psicologia criminale

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:13
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Nell’articolo dedicato agli jihadisti di Boko Haram e alla relazione con la mafia nigeriana, si gettano le basi per una riflessione inerente alle caratteristiche psicologiche degli individui che ne fanno parte. Qui l’argomento viene approfondito, menzionando alcuni elementi da tener maggiormente in considerazione nella lotta al fenomeno. 

Centinaia di pagine (568) che nel dossier semestrale della Dia (Direzione Investigativa Antimafia) nascondono anche rivelazioni inquietanti ed imbarazzanti in riferimento ai “cult” come vengono chiamate le consorterie mafiose nate in Nigeria ed oramai largamente diffuse e radicate in Italia anche grazie i patti di reciproca tolleranza con Cosa Nostra in Sicilia e la Camorra in Campania.

Certamente terroristi e mafiosi nigeriani hanno in comune la paura come strumento di controllo, per cui il singolo atto violento diviene parte di un disegno strategico di ben più ampia portata. Questo è un elemento da non sottovalutare, poiché il forte decentramento strutturale che caratterizza questi fenomeni anti-sociali, fa sì che singoli episodi di arresto non pongano fine agli atti criminali. inoltre gli spazi in cui si muovono e reclutano prevedono l’anonimato, ottenibile sia nell’isolamento che nel sovraffollamento e caos.

L’antropologo Marc Augé parlava di “non-luoghi” in cui anime affini si incontrano; oggi si parla di “iper-luoghi”, dove anime affini si confondono fra la folla. Dunque per poter effettivamente prevenire l’espansione della mafia nigeriana, oltre ad un approccio macroscopico ed oggettivo del fenomeno (politica, ideologie, economia), bisogna utilizzare anche un approccio microscopico e soggettivo: quest’ultimo non solo fornisce informazioni sulla personalità dei soggetti coinvolti, ma anche sulle vittime della loro violenza. Si ispezionano gli aspetti etici, cognitivi e psicopatologici che di fatto, sono quelli che maggiormente impressionano per il forte distacco da quei valori socialmente condivisi in un vivere pacifico e civile.

In quest’ottica una prima riflessione è sull’inflessibilità che accomuna terroristi e mafia nigeriana: chi aderisce ad un’ideale si muove “coerentemente” con esso e come nel caso dei clan nigeriani, ci si spinge fino al cannibalismo rituale. Altro elemento comune è l’iper-motivazione, cioè la legittimazione di ogni atto violento finalizzato alla propria causa. Uno dei motivi principali che consente l’affiliazione  anche di minorenni nei clan nigeriani è la distanza che volutamente si pone a livello culturale: una sorta di lavaggio del cervello che rende conflittuale la convivenza in una cultura in cui ci si può sentire estranei. Ragion per cui i giovanissimi si associano a quanto più c’è di vicino alla propria cultura nativa. Purtroppo, terrorismo e mafia nigeriana mettono in luce la precarietà del concetto “salute mentale”.

Il prof. Giuliano Carlo Geminiani si esprime sull’argomento dal punto di vista della neurobiologia dell’aggressività: l’emozione che permea gli atti violenti è la rabbia, che può essere fomentata dall’adesione a culture criminali. La violenza che caratterizza i clan nigeriani non è dettata dal raro caso di presenza di malattie psichiatriche, ma proprio da credenze e convinzioni che tramutano la rabbia da un sentimento ben collocato in preciso intervallo spazio-temporale, ad un sentimento diffuso.

Un’ulteriore incongruenza è che la mafia nigeriana nasce per lo più da studenti e giovani di etnia Igbo e Yoruba, popolazioni prevalentemente cristiane. Una volta divenuti parte delle cosche in Europa, intrattengono rapporti con la madre patria e con il potere degli estremisti di Boko Haram. Dunque, l’unica cosa che sembra certa è che per la mafia nigeriana e il terrorismo islamico l’unico credo, quello reale, senza escamotage religiosi, è quello criminale.

Nonostante l’invito del presidente della Nigeria a non far entrare nel nostro Paese i nigeriani, l’evoluzione della mafia dell’ Africa occidentale vede un enorme rischio di radicalizzazione islamica anche in Europa. Come sottolineato dalla DIA ,questo fattore  può trovare forte concretizzazione nelle carceri.

Il rischio nelle carceri

Il quindicesimo rapporto dell’Associazione Antigone sulle condizioni di detenzione – spiegato dal rappresentante sindacale della polizia penitenziaria Aldo Di Giacomo – vede un aumento d’influenza delle cosche nigeriane nelle case circondariali del nostro Paese. Attualmente i detenuti nigeriani rappresentano l’8% della popolazione carceraria straniera, dunque rispetto al 2017 c’è stato un aumento del 3%. Il numero maggiore di detenuti risiede nelle zone in cui operano principalmente le cosche dette anche “Cult”, le più potenti. Pertanto, se da un lato è incoraggiante l’incremento di detenuti, il rischio è di frammentare ulteriormente tali gruppi che da dietro le sbarre assoldano nuovi membri.

Sembra paradossale ma, considerato il rischio di radicalizzazione in una mafia di per sé estremamente pericolosa,  alle forze dell’ordine europee spetta uno sforzo ulteriore- se non maggiore- nelle carceri; il luogo sociale ideale per nuovi e potenti sodalizi criminali.

Fonte:

Ordine Psicologi Piemonte

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