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M5s e PD: la vocazione al suicidio che consentirà a Salvini di vincere ancora

ULTIMO AGGIORNAMENTO 1:19
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E’ questione di ore e, forse, è già deciso. Stiamo parlando dell’epilogo di una crisi estiva che ha messo al politica italiana nel ridicolo e l’ha resa uguale a sè stessa, senza discontinuità. Una linea ininterrotta di astuzie, ambizioni e giravolte che parte dalla Prima Repubblica e arriva fino al Governo del Cambiamento, varato, con fatica, 14 mesi fa.

C’è una strana tendenza alla disgregazione, alla morte prematura e perfino al suicidio nella politica italiana, una maledizione che ha colpito tutti, trasversalmente. E’ qualcosa che va oltre la cronaca, e lascia attoniti. Ora siamo all’epilogo e, quale esso sarà, questi 14 giorni di follia ci restituiscono forze politiche stravolte nella loro identità, contraddittorie, instabili e capaci di perdere consensi e credibilità con una rapidità impensabile rispetto ai partiti di un tempo, quelli della Prima Repubblica. Comunque vada a finire i tre principali attori di questa querelle sono già sconfitti, con Salvini che resta l’unico ad avere una ragionevole chance di rivincita. Gli altri due attori di questa pantomima, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle non usciranno vivi da questa storia, che si alleino o no.

Il principe dell’istinto suicida è sena dubbio Matteo Renzi, con la sua rapidissima ascesa in quella compagine in declino chiamata Partito Democratico dove, per una breve stagione, ha rappresentato un’ipotesi di svolta credibile. E’ arrivato oltre il 40% alle Europee di cinque anni fa. Dopo, vittima dell’amore per sé stesso, del proprio provincialismo strafottente, di una conoscenza della politica fatta di molto istinto e poca pazienza ha commesso un errore dopo l’altro, a domino.  E dopo ogni errore c’è stata una sconfitta, premessa dell’errore successivo. Viene noia ad elencarli tutti, questi errori, e alla fine Renzi stesso è venuto a noia. Così ha perso consensi, a valanga, fino a quel 18, 72 % delle ultime politiche.

Il consenso è toccato in sorte al Movimento Cinque Stelle che ha superato il 33%, il suo punto più alto, proprio quando il PD toccava il fondo. E non è stato un caso. Dopo l’alleanza di Governo con la Lega ha tenuto qualche mese ed è stato il tempo del declino, anche per loro. Una perdita di consensi inevitabile, per i 5 Stelle, che nascono come movimento di contrapposizione totale e qualsiasi alleanza viene vista, da parte dei sostenitori, come un tradimento. Ci sono stati anche errori, ingenuità da principianti: dalle difficoltà di Virginia Raggi, a un Alessandro Di Battista presente ad intermittenza ed incerto nel ruolo. C’è stata da ultimo la strana idea di insolentire il vicepremier Matteo Salvini, come se non fosse il partner di Governo, nel tentativo di guadagnare consensi alle Europee di maggio. Risultato: il Movimento sotto il 17 % la Lega al 34%.

E’ arrivato anche il turno della Lega, con sondaggi che davano il Carroccio in ascesa, fino a sforare il 40 %, nelle settimane successive al voto di maggio. Dopo c’è stato lo strappo di Salvini. Al Ministro dell’Interno il consenso a parole non è bastato più, voleva trasformarlo in voti e trarne un’autonoma azione di governo. Un’iniziativa presumibilmente fondata sulla certezza di un ritorno alle urne, per l’incompatibilità radicale tra PD e Movimento Cinque Stelle. Un errore? Oggi diciamo di sì. Perchè la mossa di Salvini non aveva messo in conto la follia di PD e M5s che potrebbe compiersi in queste ore, ma solo a loro danno, in realtà. Una follia nella quale entrambe le forze politiche, accomunate al momento solo dall’ansia di allontanare le urne decidono in 15 giorni scarsi di imbastire un matrimonio. E non sono nozze qualsiasi: qui siamo davanti ai Montecchi e Capuleti, senza neanche la presenza di due giovani innamorati nei loro consessi, in grado di rivoltare come un guanto un odio durato almeno dieci anni, e ancora vivo e presente. Non c’è niente, al momento, in grado di trasformare quell’odio in una dignitosa relazione d’interesse, ammesso che parole come “dignitoso” ed “interesse” possano davvero sposarsi, o convivere, durevolmente.

Matteo Salvini si è quasi suicidato tentando un colpo di mano, non si sa quanto meditato. Tanto abile è stato a costruire il consenso quanto ingenuo è apparso nel credere di poterlo capitalizzare secondo una tempistica che era solo nella sua testa e in quella dei fedelissimi. L’errore più grande è stato quello successivo allo strappo, nell’insufficienza con cui lo ha motivato, prestando il fianco a critiche di opportunismo. Critiche che, ironia della sorte, lo additavano proprio quando il premier Giuseppe Conte, il vicepremier Luigi Di Maio e il Segretario Dem Nicola Zingaretti in quanto ad opportunismo lo superavano in volata, spegnendogli il cerino che il leder del Carroccio teneva in mano per dar fuoco alle polveri del voto.

Ma è un suicidio riuscito a metà quello di Salvini. Gli costerà certamente una lunga convalescenza, qualche malumore interno alla Lega, un radicale ripensamento della propria immagine, fin troppo schematicamente fondata sull’immagine del Capitano, guascone e disinvolto, perché anche nei momenti più difficili aveva il vantaggio politico e psicologico di stare al comando e dare lui le carte. Ora il riposizionamento d’immagine sarà complicato. Il leader dovrà capitalizzare la lezione: semplificando la politica si vince, ma affrontare la politica come fosse una cosa semplice, a saldi invariati, può costare caro. La lezione di questa estate insegna. Tuttavia non siamo sicuri che Salvini ne uscirà sconfitto. Certo i tempi belli sono passati, con lui che cresceva grazie agli insulti della Sinistra saliva sulle navi delle Ong e gli dava del fascista di tweet in tweet. Cinguettii di pura velleità, mentre la Lega cresceva ed il Movimento si consumava, nell’incertezza su come arginare il Ministro dell’Interno che alla fine, nel voler strafare, si è arginato da solo.

Il suicidio vero è quello del Movimento 5 Stelle che potrebbe ritrovarsi in una partnership non meno incerta di quella rappresentata dalla Lega, e con punti in comune e margini d’azione ancora più ridotti, resi friabili da una storia d’odio tutt’altro che risolta. I punti di convergenza emersi come d’incanto tra PD e Movimento sono parole, punti di sutura di una ferita aperta, qualcosa di molto lontano da un sentire comune. E’ un alibi formale, un minuetto di quella politica che proprio il Movimento aveva detto di voler spazzare via con le dirette streaming degli incontri con il PD di Renzi e il voto di Rousseau. Questi due punti cardine nell’agire politico del Movimento sono scamparsi in questi giorni. E allora delle due l’una: i 5 Stelle si tirano indietro in extremis, e allora la trattativa potrà essere vista come uno strumento da parte del Movimento per riacquisire una centralità politica perduta da tempo ma con l’intento della rottura già in predicato: un bluff malvagio per ridicolizzare gli eterni rivali. E allora il PD ne uscirebbe malconcio: apparendo come un partito che, per l’ennesima volta, ha inteso governare senza chiedere il mandato agli elettori. Una mancanza imperdonabile da parte di una forza politica di ispirazione popolare.

Se invece il pactum sceleris si compie allora per il Movimento si preannunciano tempi ben più difficili di una sconfitta elettorale, perchè è in gioco l’identità stessa del Movimento che nasce  come forza di contrapposizione al PD. Accettarne l’alleanza ora significa svendere la propria identicità in cambio di un percorso di normalizzazione nel quale il Partito Democratico  tenterà di riprendersi quei voti che il Movimento le ha portato via negli ultimi cinque anni. Dopo ne getterà via i resti che finiranno nell’astensionismo o in qualche altra velleitaria iniziativa antagonista, destinata a perdersi come altre. A conti fatti l’abbraccio della Lega risulterà essere stato assai meno mortale e un’eventuale strappo su Banche, Tav o Bibbiano sarà tardivo e non credibile.

Sarà tardivo per il Movimento ma forse non per la Lega. E su una possibile rottura tra 5 Stelle e PD si potrebbe riaprire la partita, con la Lega pronta al riscatto grazie ad un voto ora negato. Ecco allora che la barca si ribalterebbe un’altra volta, con PD e Movimento messi all’angolo dagli elettori ora ignorati per dare spazio alle manovre di Palazzo portate avanti con celerità “nel bene del Paese“. E non ci stupiremmo se avremo allora un Salvini premier e non più Ministro, senza un Conte o un Di Maio a temperarne l’esuberanza.  Ne sarà valsa la pena? Succede anche questo quando i tentativi di sopravvivenza nascondono una vocazione al suicido. “Meglio morire una volta che temere la morte per tutta la vita” disse un uomo che conosceva bene la politica ed i suoi tradimenti. Il PD ed il Movimento temono la morte, certo. Ma non è detto che questo allunghi loro la vita. E il mese di marzo non è lontano.

 

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