Home Cronaca Nadia Toffa, gli ultimi 43 giorni di vita: la lezione del silenzio

Nadia Toffa, gli ultimi 43 giorni di vita: la lezione del silenzio

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:38
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Nadia Toffa sapeva di dover morire. Certo era malata, si dirà, molto. E tutti sappiamo di dovercene andare, chi più chi meno. Ma ci sono diversi livelli di consapevolezza della propria morte. Possiamo pensarci e capire il suo approssimarsi. Ma è cosa diversa essere consapevoli di essa nell’ultimo tratto, quando comprendiamo che si è rimasti in due. E uno dei due è lei. Sorella Morte, diceva Francesco. Nadia Toffa l’ha incontrata, non abbiamo dubbi su questo. Ne abbiamo ricevuto la notizia in un giorno d’estate. C’è stata una bara bianca che si è allontanata lentamente, lasciando una folla di gente commossa, dopo l’ultimo saluto.

Nadia Toffa bambina - Leggilo

Quello che non sappiamo e cosa sia accaduto prima dell’addio e dopo quell’ultimo post di Nadia, datato 1 luglio. Sì, c’è stato l’aggravarsi della malattia, il momento che Nadia aspettava da tempo, l’attimo infinito in cui ha compreso, davvero, di essere rimasta sola e di dover sollevare lo sguardo e guardare quello che l’attendeva. Nadia ha compiuto 40 anni il 10 giugno. Sapeva sarebbe stato il suo ultimo compleanno. Sapeva dove era nata, a Brescia, e sapeva che a Brescia sarebbe morta: lo sapeva quando è entrata nella clinica Domus Salutis della sua città natale.

Nadia in quest’anno e mezzo della sua breve, brevissima vita è stata travolta da una popolarità sconvolgente, a tratti. E quasi non se ne capiva il senso. Era “solo” una giovane donna malata. E tuttavia quella malattia ha suscitato un’apprensione, un clamore, un amore difficile da comprendere. Le persone cercavano il suo nome, volevano sapere, come si chiede, con discrezione, informazioni di una degente alle infermiere che passano. E lei qualcosa diceva, lasciava intendere. Era come una persona cara che volesse dire qualcosa, ma senza ferirci.

Dal momento in cui ha compreso quello che doveva comprendere Nadia ha taciuto. Sono trascorsi 43 giorni da quel 1 luglio al momento dell’addio. Quaranta è il numero che ricorda l’attraversamento di un deserto e coincide con gli anni compiuti da Nadia quel 10 giugno. Tre è il numero della perfezione, il numero della morte e della Resurrezione. Possiamo chiamarlo caso, certo, ma qualcosa nel trascorrere di questo breve tempo, qualcosa nel computo dei giorni in cui quel tempo si è compiuto, sembra mandarci un messaggio per conto di Nadia e parlare in sua vece. Da primo luglio quella giovane donna ha seguito un percorso in cui l’intero mondo è trascorso alle sue spalle per aprirsi ad altro, una verità a cui lei credeva, fermamente, nonostante e “grazie” alla sua malattia. Dinanzi a quello che ha visto Nadia ha fatto la scelta più significativa e profonda, quella del silenzio.

Una scelta che è stata una risposta, ferma e discreta, alle accuse subite nell’ultimo anno e mezzo della sua breve vita: quella di aver spettacolarizzato, usato e banalizzato il male e con esso la morte. Di averla dissacrata, quasi. Lei si è difesa a parole, fino a quando ha potuto. Dopo ha risposto con il silenzio. E non poteva esserci difesa migliore. Una scelta, la sua, che ha come segnato una linea sulla sabbia, una linea che avrebbe imposto anche agli altri di comprendere e tacere. Perché la malattia avanzava e il silenzio era più che significativo. E invece no, molti di coloro che l’avevano additata, provando fastidio dinanzi ai suoi sorrisi, proprio loro, hanno parlato, speculando sul silenzio, parlando loro, del male di Nadia, e facendo il male, sul serio, mentre Nadia moriva, in silenzio.

Ma lei avrà messo in conto anche questo e certo di questo non le è importato nulla. Doveva pensare ad altro, lei. Doveva pensare al Tutto, ed essere parte di esso. Riuscirci in una manciata di giorni non dev’essere stato facile. Il salto era mirabile, certo, ma lei ha preso la rincorsa molto prima. Ha detto parole piene di luce, che solo quest’età sciagurata, abbandonata alle ombre, poteva fingere di non sentire e intestardirsi a non capire. Nadia ha testimoniato Dio, libera dal vero male del nostro tempo: il pudore nel mostrare la propria fede: ha parlato di “bontà” dell’Altissimo, di un peso da portare e di un “dono”. Ha voluto un sacerdote proveniente dalla Terra dei Fuochi, dove le persone lottano si ammalano e muoiono, e quel sacerdote soffre con loro, e Nadia ha voluto lui per ricevere l’ultimo saluto. E, intanto, tornava bambina mentre il senso ultimo di questa breve parabola in terra si è mostrato a chi ha avuto la pazienza di comprendere: ecco che la sua popolarità, il clamore intorno al suo nome,  si è come trasformato nel significato e nella profondità di quel silenzio. E quell’ultimo silenzio è diventato strumento per mostrare alla moltitudine di persone che l’hanno seguita fino a quel momento la profonda verità a cui siamo chiamati, tutti: l’incontro con Dio.

Ecco, la lezione di Nadia è tutta in questi dettagli, indizi inequivocabili di una ragazza che è uscita dalla vita presto ed ha dato un senso a tutto, presagendo il senso del Tutto.

A noi non resta che trarre lezione da quel silenzio, fare di questa giovane donna una sorella, un dono di semplicità che trascende il suo essere celebre per rendersi prossima, simile a noi. Siamo noi, con lei, ora, perché qualcosa ci unisce, unisce tutti gli uomini, sempre e per sempre. E verrà il nostro turno, allora, e dovremo essere simili a lei. Presto

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