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Sea Watch sbarca i malati. Tre donne, due incinte, tre minori e due adulti: mal di mare

ULTIMO AGGIORNAMENTO 14:54
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Sono scesi sulle loro gambe, o quasi: tre donne, di cui due incinte, tre minori, due adulti malati e due accompagnatori. Sono le persone che il Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha autorizzato a far scendere dalla nave Sea Watch, ancora a largo di Lampedusa, che raccolto 4 giorni fa 52 presunti naufraghi a largo delle coste libiche. Nelle scorse ore era stato autorizzato un controllo sanitario a bordo. Nessuna seria emergenza come ha sottolineato lo stesso Pietro Bartolo, medico, eletto per il PD al Parlamento europeo.

Ieri il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva provveduto a controfirmare il Decreto Sicurezza bis, rendendolo operativo – salve le modifiche in sede parlamentare. Il Ministro dell’Interno dunque, in forza di quel provvedimento, ha reso noto di “firmato il divieto di ingresso, transito e sosta alla nave Sea Watch 3 nelle acque italiane, come previsto dal nuovo decreto sicurezza“. Il documento dovrà essere sottoscritto dai ministri dei Trasporti e Difesa.

Sono stati autorizzati a scendere bimbi, donne incinte e malati. Io voglio il bene di tutti. Per quello che riguarda questa nave fuorilegge, per me può stare lì per settimane, per mesi, fino a Capodanno” ha sottolineato Ministro dell’Interno, parlando a Recco che ha fatto riferimento esplicito all’equipaggio della nave: “Ci sono persone a bordo per scelta di questi delinquenti, per scelta di questi sequestratori di esseri umani. Bambini, donne incinte e malati scendono. Questi delinquenti risponderanno alle loro coscienze di eventuali problemi“.

Non ci sono inchieste” sulla Sea Watch, ha detto Salvini “questi dovevano andare in Libia, potevano andare in Tunisia o a Malta: sono arrivati in Italia. L’hanno chiesto loro il porto alla Libia, la Libia lo ha dato e loro hanno disobbedito“.

Intanto Sera Watch replica, un tweet dopo l’altro, affermando che l’Italia sta assumendo una “posizione pericolosa dal punto di vista internazionale“. Un chiaro riferimento alle affermazioni delle Commossone Ue delle ultime ore e, recentemente dell’Onu, entrambe critiche nei confronti delle scelte di parte italiana.

 

In un  video messaggio su Twitter la portavoce di Sea Watch, Giorgia Linardi ha dichiarato: “Persone a bordo ci hanno raccontato di aver trascorso lunghi periodi di detenzione in Libia e di aver subito vessazioni inenarrabili, anche il più piccolo dei minori non accompagnati, che ha solo 12 anni, è stato imprigionato senza un valido motivo. Un’altra persona – ha sottolineato ancora Giorgia Linardi – ha raccontato di essere stata venduta, peraltro, pare, a un ufficiale del governo e di aver lavorato come manodopera gratuita, come servo, per potersi comprare la libertà ed essere messo su un gommone. Un’altra persone ha raccontato che un familiare in un centro di detenzione gli e’ stato ucciso davanti agli occhi con un colpo di kalashnikov. Uno dei naufraghi ci ha raccontato di essere stato costretto a seppellire cadaveri per preparare il centro di detenzione alla visita di operatori esterni. Questa è la Libia, il Paese in cui ci viene indicato di portare le persone soccorse: non lo faremo mai“.

A visitare le persone scese da Sea Watch è stato Pietro Bartolo, medico lampedusano ed eletto al Parlamento Europeo nelle fila del PD. Nessun malato grave, ha detto, a parte gli ordinari disagi per la prolungata permanenza in mare: “Ho visto le persone scese. Uno di loro ha un trauma a una gamba. C’è una donna incinta con le contrazioni. Gli altri soffrono di nausea e disidratazione. Soffrono di mal di mare, come noi” ha detto il medico che ha specificato la provenienza dei migranti: “Nigeria e Costa d’Avorio. Tutti dell’Africa Subsahariana“-

Pietro Bartolo ha commentato: “La soluzione non è questa – riferendosi alle iniziative delle navi Ong –  I migranti devono salvarsi attraverso i corridoi umanitari e non devono imbarcarsi in queste avventure, perché rischiano di morire. A dieci chilometri da Tripoli c’è la guerra. Dove fanno a finire quando arrivano in Libia? Nei campi di concentramento. I metodo non è questo, comunque – ha ribadito Bartolo – questa gente non può affidarsi alla Sea Watch o alla Mare Jonio o alla navi militari. Ci vogliono i corridoi umanitari

 

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