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Davide come Stefano Leo, ucciso da uno sconosciuto

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:43
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Stefano Leo è stato ucciso da Said Machaquat, un marocchino con cittadinanza italiana che quel giorno sarebbe dovuto essere in carcere. Nel 2015, Amine Assauoi girava a piede libero quando ha ucciso Davide Raggi. Due storie quasi identiche che riportano alla luce diversi interrogativi. 

Stefano Leo come David Raggi - Leggilo

Davide Raggi è morto la sera del 12 marzo 2015, a Terni. Ad ucciderlo era stato Amine Assaoui, detto Aziz, un ventinovenne marocchino, clandestino e pregiudicato che nel 2007 aveva ricevuto un decreto di espulsione mai applicato. Sarebbe dovuto essere in carcere, per scontare una pena di oltre sette anni, e invece girava a piede libero. Quella sera, ubriaco, aveva colpito e ucciso David con un coccio di vetro, squarciandogli la gola. Un omicidio senza movente, nessun legame né lite c’era mai stata tra i due. Così come non c’era alcun legame tra Stefano Leo, il ragazzo ucciso a Torino, nei Murazzi, e il suo omicida, Said Mechaquat, che l’ha accoltellato solo perché era “felice, bianco, e italiano”. Anche Said sarebbe dovuto essere in carcere, ma qualcosa nella macchina della Giustizia è andato storto.

Due storie tragicamente simili che si avvicinano. Un dolore che Diego Raggi, il fratello di Davide, rivive oggi alla notizia della morte di Stefano, come riportato dall’Ansa. “Pensavo che dopo quanto accaduto a mio fratello e dopo la battaglia che stiamo portando avanti le cose fossero cambiate. Invece a quattro anni di distanza ancora si ripete la stessa situazione. Non sta né in cielo né in terra, questo Paese sta diventando invivibile“, ha spiegato Diego. Una storia che si ripete, una solidarietà tra le due famiglie colpite da uno stesso destino di morte. “Mi viene un sorriso amaro”, continua il fratello, “noi che siamo sempre in regola appena sbagliamo veniamo messi subito in galera. Possibile che una persona a spasso per la città nessuno l’abbia mai fermata? Servono ancora di più il pugno duro e controlli seri”.

Amine Assaoui è stato condannato a 30 anni, ma il dolore non si cancella con la pena e la giustizia è arrivata tardi. A febbraio dello scorso anno la famiglia di Davide ha deciso di far causa allo Stato, convinta che l’inadempienza nei confronti dell’extracomunitario, considerato pericoloso e appunto già colpito da un decreto di espulsione mai eseguito, abbia causato la morte del 27enne. Così come, fa notare il papà di Stefano Leo, “se Said fosse stato in carcere mio figlio sarebbe ancora vivo”.

Davide Raggi, la sua vita vale 21mila euro

La storia di Davide fece scalpore anche per l’assenza di indennizzo di quelli previsti dal nuovo fondo statale, istituito per le vittime di reati intenzionali e violenti. Davide, infatti, “era troppo ricco“, e per questo la sua famiglia, che aveva chiesto 2 milioni di euro da devolvere in beneficenza, non avrebbe potuto avere diritto ad alcun risarcimento. Massimo Proietti, avvocato della famiglia Raggi, spiegò che Davide aveva aveva un reddito di 13mila e 500 euro, mentre la normativa prevedeva come tetto massimo per poter accedere al fondo quella degli 11mila e 500 euro. “Limitazione gravissima e incostituzionale“, la definì il legale, che denunciò come la norma fosse contraria ai principi costituzionali interni ed europei. La famiglia avviò causa e dopo quattro anni, il Tribunale civile di Roma spiegò che Aassoul, in quanto convivente con la madre, cittadina italiana, non sarebbe potuto essere espulso. Lo Stato si scrollò di tutte le colpe per l’omicidio e i Raggi ottennero un risarcimento di soli 21 mila euro, come riportato da Il Messaggero.

Quelle di Stefano e Davide sono due brutte pagine della Giustizia italiana: qualcosa non ha funzionato, qualcosa è andato storto, i risvolti di un’immigrazione incontrollata si chiamano David Raggi, Stefano Leo e tutte le altre vittime uccise per mano dell’illegalità che vaga in Italia a piede libero.

Fonti: Ansa, Il Messaggero

 

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