Home Cronaca Said Machaouat, ha ottenuto la cittadinanza e distrutto due vite

Said Machaouat, ha ottenuto la cittadinanza e distrutto due vite

ULTIMO AGGIORNAMENTO 20:15
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Delitto Murazzi. Said Machaouat dal Marocco: diventa italiano e mette su famiglia. Ma qualcosa non funziona e uccide un giovane perchè felice.

Said Machaouat killer di Stefano Leo - Leggilo

Murazzi, lungo il Po, a Torino. Stefano Leo è morto. La sua colpa è perchè brillava di luce propria e dava la parvenza di essere un ragazzo felice agli occhi del nordafricano naturalizzato italiano Said Machaouat. “Volevo ammazzare un giovane Italiano felice. Avrei ucciso ancora“. Ad ascoltare e leggere questa dichiarazione fatta agli inquirenti nelle ore successive al fermo di chi l’ha ucciso, si rimane senza parole. Giovane italiano e felice sono aggettivi che fanno pensare. Said è un ragazzo di 27 anni. Di origini marocchine, ma italiano, in apparenza, da quando sua madre era emigrata in Italia nel 1997, quando lui aveva pochi anni.

Said, dopo un’infanzia serena con la madre, frequenta senza successo l’Istituto Alberghiero di Torino, e trova un suo equilibrio diventando padre all’eta di 24 anni. Vive stabilmente con la compagna all’interno di un appartamento tutto suo, svolgendo il lavoro di cameriere in alcuni ristoranti di Torino. Una persona normale come tanti amici o vicini di casa, avrebbe detto di lui, se non fosse che aveva perso moglie, figlio e casa, come riportato da La Stampa. Da tempo non poteva avvicinarsi alla sua compagna né tanto meno al figlio poiché aveva una restrizione per via di un’ordinanza del Giudice. Trascorreva le notti all’interno di dormitori di accoglienza, a volte dormendo in mezzo alla strada. Said in realtà non aveva alcuna radice in Italia, la madre era tornata a vivere in Marocco, il padre non l’ha mai conosciuto. La sua vita non è stata esempio di successo e soddisfazione ma, nonostante questo il suo destino non era già scritto. Il ragazzo aveva dei piccoli precedenti penali, ma non aveva compromesso la sua vita. Fino a quando non decide di distruggere, per sempre, tutto quel poco che era riuscito a creare.

Il direttore dell’Ufficio diocesano della Caritas di Torino Pierluigi Dovis ha detto, come riportato dall’Agensir: “la povertà non basta per spingere una persona a una tale follia. Se non fosse stato povero avrebbe avuto altre possibilità per dirottare la sua infelicità e la sua rabbia contro il mondo. Il dramma di Torino – riflette ancora Dovis – riguarda la solitudine che oggi – una solitudine diversa da quella di un tempo – patiscono le persone con forti disagi interiori, che cadono nella disperazione perché incapaci di far fronte all’affastellamento di problemi e disgrazie personali“.

Negli ultimi mesi Said ha trascorso una vita dissennata, dormendo ogni notte in un letto di fortuna, perdendo lucidità e stabilità. Non avendo alcun obiettivo vagava senza meta. Aveva perso l’ambizione che un ragazzo di 27 anni può avere, il calore familiare, una moglie con cui confrontarsi, coccolarsi e rifugiarsi nei momenti di sconforto o nei problemi quotidiani. Aveva perso la possibilità di godere dei sorrisi del figlio, sapendo che un altro uomo condivideva le grazie e l’affetto della ex moglie e l’amore del bambino. Aveva perso tutto, ma nell’attimo in cui perse anche lucidità ha distrutto completamente la sua vita e quella del giovane che sembrava il suo opposto, Stefano Leo. Il destino, il fato, il karma o quello che preferite li ha fatti incontrare e legare per sempre. Stefano, un ragazzo anche lu,i ha avuto la colpa di aver sorriso a Said. La sua vita è finita, terribilmente, perchè ha avuto la ventura di incrociare Said “l’italiano” e i suoi demoni. Sono bastati pochi attimi.

“Volevo uccidere un ragazzo come me, toglierli tutto” con frasi come queste Said ha lasciato interdetti gli inquirenti. Nessun movente. La sua storia ricorda la vicenda l’autista senegalese Ousseynou Sy di San Donato Milanese con dichiarazioni simili a giustificare il suo giorno di ordinaria follia: “volevo vendicare i morti del Mediterraneo” ha detto. Said e Sy, entrambi accolti in Italia, dove hanno trovato rifugio e una apparente equilibrio. Diventano italiani, ma non basta. Arriva il giorno in cui il rancore ha avuto la meglio e niente mantiene più il suo valore: non il luogo dove si trovavano che aveva offerto loro una chance, e forse anche più di una, non le persone che avevano di fronte, nè la loro stessa vita. Erano italiani, dicono. Ma lo loro distanza da tutto e tutti induce a credere che non lo fossero mai diventati, purtroppo.

Fonti: Agensir, La Stampa

 

 

 

 

 

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